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“Waiting” : storie di nuovi inizi a New York

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Nella foto il regista Cristian Piazza ph di Patrik Andersson

Mentre stavo scrivendo questo articolo, ho saputo che il mio professore, Umberto Eco, non c’era più. Questa storia è dedicata a lui. A chi mi ha insegnato quanto potenti siano le parole. A lui per cui la vita era fatta di infinite possibilità. 

Uno dei miei primi amori, assieme ai libri e alle commedie romantche, è il documentario. E’ per questo motivo che sono stata istantaneamente colpita da “ Waiting” la storia di tre uomini e della seconda chance che hanno trovato a New York, diligentemente raccolto e raccontato attraverso gli occhi del regista Cristian Piazza

Cristian,  sei un regista e scrittore italiano che vive a New York. Hai potuto vedere il meglio ed il peggio dei due mondi. Come nasce “Waiting”?

E’ una storia di seconde chance. Ci ho messo un po’ a capire che sarebbe stato il tema principale del documentario. Sono venuto qui alla ricerca di un nuovo inizio, proprio come i miei protagonisti. Avevo trovato un lavoro in RAI a New York ma è durato solo pochi mesi portandomi ad un bivio. Ho sempre voluto avere una carriere nel mondo del cinema ed ho pensato che quello era il momento giusto per creare qualcosa di interamente mio. Ho lavorato in ristoranti newyorkesi e mi è capitato di incontrare persone con gli stessi sogni e le stesse speranze. Mi è sembrato una grande storia da raccontare. Non doveva durare più di sei mesi ed è durato cinque anni. Sono contento sia andato così, perché questo mi ha permesso di conoscere i soggetti dando al film un tocco personale..

WAITING_POSTER_1_5laurelsjan2016Il documentario racconta la storia di tre uomini diversi. Come li hai scelti? C’è stato un vero e proprio casting oppure li hai scelti “di pancia”?

Conoscevo due di loro: il tenore e il ragazzo che voleva fare l’imprenditore. Anni fa, nella mia prima esperienza in un ristorante, lavorai con uno di loro. Era un personaggio molto divertente durante le ore di lavoro e sentii la mia vocina interiore dirmi “Qualcuno dovrebbe fare un film su questo ragazzo”. Un paio d’anni dopo sarebbe diventato il mio inizio. Abbiamo fatto una lista di persone che conoscevamo le cui storie avevano un buon potenziale. Eravamo alla ricerca di qualcuno della classe media, senza privilegi, giovani immigrati italiani a New York che lavorano in un ristorante ma con un progetto al di là di quel lavoro. Volevo il tenore e il potenziale imprenditore. Il pugile è stata una manna dal cielo.

“Waiting” racconta tre storie di tre uomini diversi, raccontate attraverso i tuoi occhi ma con la voce dei protagonisti. Si parla di rinascita, di sogni e di punti di vista. Come sei riuscito ad amalgamare un insieme di vissuti così diversi?

La prospettiva va oltre i miei occhi. Ho lasciato che la telecamera e le voci parlassero da soli. Ho solo dato una struttura narrativa alle scene. Era chiaro sin dall’inizio che volevo esplorare un gruppo specifico di persone: classe media, giovani immigrati italiani che lavorano nei ristoranti con un sogno nel cassetto o almeno la voglia di provarci. Ho voluto umanizzare gli immigrati, mostrare le loro vulnerabilità ma anche la loro capacità di resistere. Non è un gruppo statico. Il movimento è naturale in ogni campo, ho voluto seguirli e fidarmi dei loro istinti e delle loro storie.

Un tenore, un pugile ed un’aspirante imprenditore. Tutti arrivati a New York alla ricerca di una seconda chance. La Big Apple è il sogno di molti, ma cos’è New York per Cristian?

C’è una domanda fondamentale nella mia vita che è “Dov’è casa?” E’ il posto in cui si nasce? Il posto in cui si cresce, il posto che erediti o il luogo in cui hai scelto di essere? Forse per me è l’insieme di tutte queste cose. L’Italia è nel mio sangue. Come si fa liberarsi del DNA? Ho vissuto molti anni in Sud America, ho famiglia, amici e ricordi indimenticabili. Sono un outsider. Sono convinto di essere nato molto lontano da dove sarei dovuto essere e citando Bob Dylan, “Sono sempre sulla strada verso casa”.

Premiazione Foggia Film FestivalIl documentario ha riscosso successo e raccolto premi sia in USA che a casa: dal Foggia Film Festival al NYC City Scape Award. La critica lo ha apprezzato, il pubblico invece, come lo ha accolto?

Il film è stato completato d’estate dopo 25 montaggi diversi. E’ un “Opera Prima” e dopo soli pochi mesi posso dire che siamo stati accolti bene. Entrambi i Festival erano esperienze eccezionali. Siamo stati premiati ad entrambi ed il pubblico ha apprezzato in entrambe le occasioni. Le persone volevano parlarci alla fine delle proiezioni e volevano condividere le loro emozioni e di come si siano rispecchiati nelle storie ed i protagonisti. Ne sono stato molto felice perché i complimenti venivano da persone che non conoscevo e molti di loro, specialmente a New York, non erano nemmeno italiani.

L’argomento trattato è molto attuale, soprattutto nel nostro paese. Perchè secondo te molti di noi tentano la fortuna lontano?

Dubito ci sia una sola risposta a questa domanda. Ci sono diverse circostanze, uno dei quali è la mancanza di opportunità e la poca fiducia nelle giovani generazioni. Si dice che l’Italia sia un “paese di vecchi”, conservatrice e con la paura di cambiare. Nel mio documentario, ogni storia è differente ed i motivi che hanno spinto a lasciare casa ha a che fare con una ricerca interiore. Potevano restare se avessero voluto. Potevano avere una seconda chance in Italia ma non lo hanno voluto. Hanno raccolto la sfida e abbracciato in pieno i sacrifici necessari. 100 anni fa, migliaia di italiani lasciarono il paese perché non avevano di che mantenere le famiglie. I nuovi italiani all’estero hanno un senso del rischio e dell’avventura diversi. Mettono alla prova quello in cui credono e le tradizioni. Alcuni di loro vogliono addirittura cambiarli. I miei protagonisti erano motivati da una ricerca istintiva. Il pugile cercava una conferma per sé, il tenore aveva bisogno che il suo talento venisse riconosciuto e l’imprenditore era alla ricerca di un’identità.

Concludo, qual’è la ” X-Factor” che uno deve avere per poter avere successo nel tuo campo?

Successo è una parola difficile. Cosa si intende per successo? Penso che ci siano molti elementi per restare a galla in questo campo. Per citarne alcuni: conoscere il mestiere, avere una visione, essere persistenti, la volontà di imparare e una seconda pelle per sopravvivere ai rifiuti. E ovviamente una tazza di espresso al giorno!

“Waiting” è la storia di molti, probabilmente è perfino lo specchio del nostro percorso personale. Le seconde chance sono difficili da cogliere e perfino da riconoscere, ma come dice Cristian “… ricominciare è già una vittoria”.

Siete curiosi di vederlo? Il New York Indipendent Film Festival ha selezionato “Waiting” e potrete vederlo durante la kermesse dal 27 aprile al 1 Maggio, a New York.

di Maggie A. Romano

 

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