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Valerio Ciriaci: dall’Italia all’Etiopia con “If I only were that warrior”

CiriaciIl 12 agosto 2012 nella città di Affile è stato inaugurato un monumento alla memoria del Generale Rodolfo Graziani, personaggio di spicco del regime fascista che guidò la colonizzazione italiana in Etiopia, macchiandosi di innumerevoli stragi e massacri e per questo considerato dall’Onu criminale di guerra. Il comune di Affile, distante solo 80 km da Roma, ha deciso di celebrare la memoria del maresciallo che proprio lì trascorse gli ultimi anni di vita, costruendo un sacrario che ha sollevato polemiche internazionali non indifferenti soprattutto tra la comunità etiope. Valerio Ciriaci con il suo primo lungometraggio “If only I were that warrior”, racconta le vicende che si sono susseguite dopo costruzione di questo monumento: tra lo sgomento e la protesta della popolazione etiope e la presa di distanza dello Stato Italiano. Vincitore del 56esimo Festival dei Popoli di Firenze, proiettato il 7 maggio in anteprima all’Addis Film Festival in Etiopia, il lungometraggio di Valerio Ciriaci “If only I were that warrior” ha catturando l’attenzione della stampa internazionale.

Partiamo dal titolo “If only I were that warrior”: cosa significa per te? “Chi” avrebbe voluto essere “quale” guerriero?

Il titolo riprende il primo verso del primo canto dell’Aida di Verdi. “Se quel guerrier io fossi” è la frase pronunciata da Radames, il guerriero egiziano che sogna di conquistare l’Etiopia e liberare la sua amata Aida. Nel nostro caso questo guerriero è il soldato coloniale, le cui responsabilità vengono spesso celate dietro il vecchio detto “italiani brava gente”.  Un mito auto-consolatorio nato nel dopoguerra e usato deliberatamente per offuscare le pagine più oscure del nostro passato, come la co-partecipazione alla Shoah e le campagne d’Africa. Questo ipotetico guerriero può anche essere il generale fascista Rodolfo Graziani, responsabile di molti crimini di guerra ma che ad Affile, un paesino vicino Roma, viene oggi ricordato come un eroe e celebrato con la costruzione di un monumento pagato con fondi pubblici.

Valerio CiriaciNon deve essere stato facile da realizzare. Come e quando hai deciso di volerne parlare a tal punto da costruirci attorno un documentario?

Già, non è stato facile. Ci sono voluti più di tre anni per produrre il documentario e, come spesso succede nelle realtà indipendenti, la parte più difficile è stata trovare i finanziamenti. L’idea di realizzare “If Only I Were That Warrior” ha preso forma il 19 Febbraio del 2013 mentre mi trovavo a una conferenza organizzata dal Calandra Institute e dal Centro Primo Levi a New York. C’erano degli storici e soprattutto molti membri della comunità etiopica negli Stati Uniti. Si parlò della guerra d’Etiopia, del massacro di Addis Abeba del 19 Febbraio 1937 e infine si discusse del monumento a Graziani, costruito pochi mesi prima su iniziativa del sindaco di Affile. Dopo la reazione della comunità etiope mi sono chiesto: “Come è possibile nel 2012 onorare un gerarca fascista colpevole di così atroci crimini?”. Diciamo che il film è stato il tentativo di rispondere a quella domanda ed è stato, sin dalle sue prime fasi, un importante percorso di crescita personale.

È molto interessante nel tuo lavoro il cambio prospettico che avviene a livello di narratore: diverse sono infatti le voci narranti principali, che con i loro occhi e la loro storia personale rendono ogni volta unico l’approccio alla storia che vuoi raccontarci. A quale di loro ti sei sentito più vicino?

IOIWTW_Poster_v5.1_MEDIUM_WINNERPer realizzare un film del genere, che in qualche modo cerca di inscenare quel dialogo sulla memoria che finora è sempre mancato, era importante raccogliere tanti punti di vista e testimonianze contrastanti. Tra le tante voci e interviste emergono tre personaggi principali: Mulu, presidente della comunità etiopica di Roma; Nicola, nipote di un ex-colono italiano in Etiopia e Giuseppe, un agronomo FAO che lavora in Etiopia da diversi anni. Si tratta di personaggi molto diversi tra loro e anche da me. Non mi sento più vicino a nessuno di loro, ciascuna delle loro prospettive è per me material di attenzione.  Forse il personaggio di Mulu è quello che mi è rimasto più impresso poiché da’ un’impronta specifica alla struttura del film. Vederla lì ad Affile, confrontando a testa alta il monumento, è qualcosa che mi ha mosso particolarmente.

Il rapporto italiani africani è sempre intrecciato a doppio filo, storicamente, politicamente e geograficamente: dopo aver approfondito un aspetto di questo rapporto relativo al passato e al presente, che idea ti sei fatto sul futuro riservato a questa relazione internazionale? 

Da diversi decenni i rapporti economico-politici tra Italia ed Etiopia godono di buona salute, lo dimostrano i tanti fondi che il nostro paese investe in progetti di cooperazione per lo sviluppo del paese. Questo però non può cancellare la memoria di quel terribile periodo d’occupazione. Specie perché per quegli eccidi e crimini di guerra nessuno dei responsabili ha mai pagato. Manca ancora, in Italia, una vera presa di coscienza per quanto accaduto e ciò contribuisce a creare un vuoto di memoria. Un vuoto che da decenni viene riempito da chi ha interesse a distorcere la vera natura di quell’invasione.

Tornando al “casus belli” del documentario: il sacrario di Graziani. Alcuni dei protagonisti della vicenda lo definiscono “il macellaio Graziani”; altri “un eroe”. Tu da che parte stai?

Nel film abbiamo dato spazio a molte voci e a diversi punti di vista. Esistono molte memorie, spesso contrastanti, di questo periodo ed era giusto che fossero rappresentate. Detto ciò, penso che comunque quello che rimane sia un messaggio di condanna verso i crimini commessi da Graziani in Etiopia. Non potrebbe essere altrimenti, visto che mostriamo le prove di quei fatti: i telegrammi di Mussolini e di Graziani che hanno dato il via a eccidi come quelli di Addis Abeba e di Debre Libanos.

Mulu, una donna etiope che vive in Italia da un decennio, segue pedissequamente ogni svolta nel caso di Affile e aggiorna mano a mano la comunità etiope tramite la sua trasmissione radiofonica. Credi che – a parti invertite – anche gli italiani avrebbero dimostrato un così forte senso di appartenenza a un popolo e di volontà di difesa della memoria della propria Storia?

Probabilmente è vero che all’estero si vive con particolare sensibilità ciò che riguarda la patria e la sua Storia. Immagino pero’ che gli italiani farebbero lo stesso, se si fosse costruito un monumento ad un generale nazista colpevole di eccidi e rastrellamenti nel nostro paese. L’occupazione italiana dell’Etiopia ha lasciato ferite aperte nella memoria collettiva del popolo etiopico. Non si sono rimarginate anche perché non c’è stata una vera riconciliazione tra i nostri due popoli. Forse per questo, pochi in Italia si sono indignati in seguito alla vicenda di Affile. Manca una consapevolezza del nostro passato coloniale e troppo spesso se ne disconoscono i crimini.

Kidane Alemayehu, Direttore Esecutivo della Global Alliance For Justice, avanza una proposta: non essendo mai stati pagati questi crimini di guerra contro l’Etiopia, che è tra i paesi al mondo più poveri, suggerisce di far pagare il prezzo della riparazione all’Italia sotto forma di progetti a favore degli etiopi bisognosi. Che ne pensi?

Non sono un esperto in materia, ma penso che quando si parli di riparazioni di guerra, concordo con Kidane che l’Italia poteva sicuramente fare di più negli anni successivi all’occupazione. Oggi la situazione è complessa, e l’Italia è già attualmente coinvolta in moltissimi progetti di cooperazione in Etiopia, anche attraverso l’Unione Europea, la Banca Mondiale e l’ONU. Senza contare che sarebbe davvero difficile monitorare il flusso di questi movimenti di risorse, il cui spesso esito copre ‘i più bisognosi’ solo parzialmente, finendo invece nelle esperte mani dei potenti.
La questione in realtà non è solo economica. Eventuali riparazioni devono essere accompagnate da un riconoscimento ufficiale delle nostre responsabilità coloniali. Lo Stato e le istituzioni possono fare molto, a partire dalla scuola, istituendo curricula e programmi per far conoscere questo passato alle nuove generazioni.

L’Africa per gli italiani era una meta bramata, terra di esotiche bellezze (naturali e umane) e allo stesso tempo luogo selvaggio da andare a civilizzare e liberare dalla schiavitù; da salvare; oggi sono loro africani che invece viaggiano verso le nostre terre europee in cerca di un speranza. Come vedi questo twist nella prospettiva dell’idea di emigrazione che lega l’Italia e l’Africa?

Il personaggio di Mulu è rappresentativo in questo senso. Mulu, arrivata in Italia nel 1992, si è subito confrontata con le difficoltà del vivere in Italia come rifugiata. Dal permesso di soggiorno, alla difficoltà nel trovare un lavoro all’altezza del suo titolo di studio, alla questione abitativa, sono molte le difficoltà con le quali continua a scontrarsi. Lei è quella che più di tutti vive sulla propria pelle le conseguenze dei nostri vuoti memorie e dei mostri che ne nascono, costretta non solo a vivere in uno stato di emarginazione ma anche ad assistere alla glorificazione di un personaggio storico si è macchiato di gravi crimini nei confronti del suo popolo. Le nostre invasioni e successive politiche coloniali hanno contribuito in parte al susseguirsi di conflitti etnici e alla permanenza delle dittature che affliggono il Corno d’Africa e la Libia. Questo non va dimenticato.

Hai nuovi progetti in cantiere?

Si, più di uno in realtà! Al momento sto lavorando a un nuovo documentario che sarà ambientato tra Stati Uniti e Italia, e tra passato e presente.

di Valentina Mannino

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Un commento

  1. Il documentario, a mio avviso, è molto lacunoso, perché, a dispetto dell’ambizioso titolo, non delinea affatto la figura di Graziani, toccandola solo marginalmente, focalizzando invece tutto sul monumento a lui dedicato. AL’autore arebbe fatto meglio a toccarne la fanciullezza, l’inizio della carriera militare, la prima guerra mondiale, la campagna d’Africa, l’oblio e la ripresa sotto la RSI e la resa finale. Se, invece, si voleva parlare del suo ruolo nella guerra d’Africa, diverso doveva essere il titolo.

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