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Roberto Rinaldini: la Dolce Vita dello stilista-pasticcere

 Panorama: un Madagascar intimo e aggressivo, piroghe che scivolano sull’Oceano Indiano e zebù  selvaggi all’orizzonte.                                                                                                                                        Profumi: quelli delle distese di ylang ylang, cacao e vaniglia. Sensuali e femminili come una donna.         Colori: irresistibili e fieri, da spezzare il fiato.

La location è a bordo piscina, dove incontriamo il maestro della pasticceria italiana Roberto Rinaldini, primo premio “Degustazione” nel 1998 al Campionato del mondo Uipcg (Union Internationale de la Pâtisserie, Confiserie et Glacerie) con il suo dolce-simbolo, la Venere Nera, e due volte Campione mondiale di gelateria.
Roberto ci accoglie garbato e composto, esprime da subito quel perfetto connubio tipico malgascio di introspezione e bontà d’animo. Rilassato ma con l’occhio accorto e premuroso del genitore.
Ruben e Regina, i due figli, stanno giocando in acqua.

Riminese doc, classe ‘77, definito agli inizi della sua carriera l’enfant prodige della pasticceria italiana, maestro Ampi – la prestigiosa Accademia dei “Maestri Pasticceri Italiani” – e fondatore di Rinaldini Pastry, è ormai una conferma nel suo settore. Roberto è stato rinominato il ‘creatore di sogni’ perché all’artista piace andare al massimo e oltrepassare la meta, ne è la prova la sua fulminea carriera costruita su una formazione impeccabile e rigorosa accompagnata dalla sua innata creatività e da un gusto estetico davvero appassionato.

Roberto, conosciamo tutti la tua storia professionale e l’inizio della tua carriera dopo la scuola alberghiera; ma chi era Rinaldini prima di entrare a far parte della classifica dei cento migliori pasticceri del mondo? Come è nato il tuo amore per la pasticceria e per il glamour? Tutto per caso. Da piccolo ero una promessa della pallavolo, giocavo in serie B1, sono stato vicecampione italiano di beach volley e pensavo di fare quello nella vita. I miei genitori erano albergatori, io avevo poca voglia di studiare e così mio papà mi suggerì di iscrivermi alla scuola alberghiera, in quel modo mi sarei impegnato per soli due anni e la scelta mi avrebbe dato la possibilità di lavorare part-time nell’azienda di famiglia. Io ero uno che diceva sempre di no ma quella volta accettai e mi iscrissi. Lo chef di cucina della scuola, neanche a farlo apposta, era lo stesso che ebbe mio papà venti anni prima. Durante il secondo anno avvenne il miracolo: non avevo ancora una predilezione per la pasticceria ma mi resi conto che amavo decorare i piatti, mi piaceva renderli belli, addobbarli, ricamarli, dovevano essere presentati in maniera sorprendente, dovevano essere mangiati con gli occhi. Poi un giorno, nel cassetto intoccabile dello chef della scuola, trovai un libro di pasticceria. Non solo lo sfogliai, ma lo infilai sotto la giacca e me lo portai a casa. Nel libro era riportato un articolo sul Campionato mondiale di pasticceria in Francia, c’erano foto di pasticceri con divise bellissime, il cappello lungo, le camicie pulite, erano delle star, dei maestri…in quel momento mi innamorai. Alla fine della scuola, mio papà passeggiando per Rimini vide un annuncio di “cercasi apprendista” esposto sulla vetrina di una rinomata pasticceria. Premetto che io ero passato davanti a quel negozio centinaia di volte e non avevo mai visto quell’insegna. Ancora una volta per non dire sempre di no, andai al colloquio. Mi presero per una prova il 1° maggio, avevo diciassette anni e dopo dodici giorni diventavo maggiorenne. Pochi giorni dopo il titolare mi propose l’assunzione.

Mi sembra che tuo padre, inconsciamente, sia stato il tuo angelo custode. Quanto è essenziale per te? Papà è importante. Inizialmente aiutava me e mia sorella nell’attività poi, quando mia sorella decise di allontanarsi dalla società e subentrò mia moglie Nicole, lui ci rimase accanto. Lei si stava laureando e mi aiutava con i conti, stando in cassa. Era il 2003, avevamo 23 anni, decidemmo di provarci e di rischiare. Rivoluzionammo tutto. Ancora oggi mio padre ci aiuta, va a fare la spesa e le consegne.

Hai sentito che era il momento giusto per stravolgere la società e creare dell’altro? Per niente. Ma siccome sono competitivo, se vuoi essere il migliore nel tuo lavoro e vuoi avere successo devi fare il massimo, devi dare tutto, devi partecipare a concorsi, devi avere attestati di qualità e vincere campionati mondiali, di modo che nessuno può contestare la tua professionalità. Iniziammo a fare dei dolci straordinari ma troppo avanti per Rimini, e allora ci accorgemmo che dovevamo comunicare all’esterno questa dote e urlarla al mondo. Cominciai ad unire la mia passione per la moda e l’arte nella realizzazione delle collezioni di Dessert à Porter con jewels ad esempio e cominciò la vera ascesa. Arrivarono interviste per le più grandi riviste di moda e di business perché ogni mio dolce era un capolavoro sartoriale, come gli abiti di zucchero – da sposa, da cocktail, bikini, fetish – che hanno sfilato in passerella.
Il legame tra l’alta moda e la pasticceria sta diventando sempre più profondo. Io, per dirne una, faccio dei cioccolatini per i negozi Gucci, da assaggiare all’interno della boutique o confezionati in pacchetti da regalare alla clientela.
Mangiare qualcosa è l’azione di marketing più potente.

Oltre alla grande abilità e manualità, nelle tue opere d’arte viene fuori un estro che ti proietta fuori dai canoni del pasticcere standard, e per questo fai tendenza. Parliamo allora del tuo marchio e dei colori nero e fucsia. Hai spiegato più volte che il colore nero rispecchia la tua persona, misteriosa, minimale ed elegante; mentre il fucsia, colore luminoso, deciso ma nello stesso tempo dolce, è tua moglie. Come è nata la scelta di questi colori? Sono stato io a volere un cambiamento dei colori. Mia moglie studiò approfonditamente le statistiche e i significati dei colori e uscì fuori che il fucsia è il colore della moda. Pensiamo alla catena di profumerie Sephora: il fucsia è sinonimo di donna forte, potente, esattamente come Nicole.

Continuiamo a parlare del colore fucsia. Ho notato che oltre a caratterizzare il tuo marchio – le tue boutique di pasticceria, le scatole dei cioccolatini, i dolci, tutti gli accessori – questo colore è molto presente anche nella vostra vita privata. Insomma, tua moglie ha molti abiti o accessori fucsia, i tuoi figli sfoggiano zaini, scarpe, cappelli e occhiali di questo colore. Perché anche nella vita privata? Branding! Noi abbiamo bisogno di distinguerci. Il fucsia ci piace e noi siamo quel colore. Non è solo lavorativo quindi: quella è la nostra vita. Il marchio è la cosa più importante che abbiamo, è il nostro cognome e dobbiamo difenderlo perché significa difendere la nostra serietà. Ha un valore assoluto.

Sorride. Poi controlla i figli e li richiama all’ordine. Guarda la moglie, sulla sponda opposta della piscina. Gli domando di Nicole e della sua importanza nella sua vita. Lei è tutto. Mi rivolgo agli imprenditori: se non avete al vostro fianco un compagno che vi sostiene non cominciate neanche a fare questo lavoro perché il sostegno è tutto. Senza non ci si riesce. Lei tratta con il commercialista, con i fornitori, mi sostituisce quando io vado in giro per il mondo. Nicole è super e poi vedi con i figli come ci comportiamo? Noi siamo una famiglia molto unita e lei, nonostante il grande lavoro, ogni giorno si mette accanto a loro per aiutarli nei compiti, anche fino alla sera tardi. Ci aiuta anche molto sua mamma che è una donna straordinaria. Se la conosceste capireste perché la figlia è così forte. Siamo tutti molto uniti: i suoi genitori, mia sorella con i suoi figli, i miei.

Tra le tue opere più famose ci sono gli esclusivi MacaRAL®, una provocazione ai macaron francesi, i ChocoColor, praline moderne che raccontano un viaggio sensoriale attraverso l’Italia e, novità dell’anno scorso, le GnamBelline®, ciambelline studiate in nove diverse tipologie, riproposte in una vesta più attuale. Idee per i prossimi anni? Da un punto di vista imprenditoriale mi piacerebbe crescere ancora di più. L’obiettivo è fare sviluppo di locali, aprire nuovi punti vendita sia in Italia che all’estero e far diventare il mio marchio il primo in Italia di pasticceria di alta qualità. Per quanto riguarda le mie opere, le idee sono tante: vorrei sviluppare qualcosa nel concetto di street food dolce, dei bomboloni ripieni di gelato, per esempio. Ora sto portando avanti un’idea molto interessante che è quella della colazione gourmet a domicilio. Sta andando molto bene.
Si lavora sempre, oggi sono uscito alla ricerca della migliore vaniglia malgascia.

Sei stato giudice del talent su RAI2 in prima serata dedicato alla pasticceria: Il più grande pasticcere, e molti ti hanno soprannominato ‘il nuovo Cracco’ per la tua severità e, a detta di alcuni, un po’ di arroganza. Cosa ne pensi? Sicuramente sono uno che non regala niente. Quando le persone chiedono ai miei giovani collaboratori se sono davvero così rigido come appaio in TV loro rispondono che, sul lavoro, sono molto peggio. Ma è giusto, loro fanno i miei dolci, io ci metto la faccia e il nome, devono essere concentrati, ci devono mettere impegno. Noi siamo esigenti.
Per quanto riguarda l’arroganza, la cosa che più mi infastidisce di questa gente è che giudica prima di conoscere le persone. Troppo facile. È una cosa che insegno a Ruben e Regina: avere rispetto e non giudicare mai una persona solo dalle dicerie e dalle voci che si mettono in giro.
Quella persona potrebbe stupirvi!

E Roberto ci ha davvero stupiti. La sua vita è stata tutta un colpo di fulmine, dalla pasticceria a Nicole, dagli aromi vanigliati alle passerelle di alta moda.
Rinaldini, burbero dal cuore d’oro – come il colore della firma che unisce il nero e il fucsia del suo marchio – sta realizzando una Dolce Vita.

di Valeria Campana© Riproduzione riservata

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