Home / Spettacolo / Roberta Mattei: Spero sempre di potermi allontanare da me

Roberta Mattei: Spero sempre di potermi allontanare da me

Roberta Mattei, 33 anni, è una delle migliori attrici della sua generazione. Una di quelle professioniste che, per dirne una, riesce a spaziare dentro ruoli diversissimi tra loro senza il rischio di dover mai sacrificare la propria naturalezza. Dopo aver interpretato l’assennata fidanzata di Alessandro Borghi in “Non essere cattivo”, e la fragile tossica al fianco di Stefano Accorsi in “Veloce come il vento”, Roberta è anche la poliziotta Gianna Pertinente nell’ultimo film di Maccio Capatonda, uscito quest’anno. E non solo. Perché di cose belle, a Roberta, ne stanno succedendo tante, e una dietro l’altra.

Roberta, quest’anno hai partecipato ai tuoi primi David di Donatello, per il quale eri candidata come miglior attrice non protagonista (per “Veloce come il vento” ndr). Esperienza ansiosa o meravigliosa? Entrambe! Inaspettata  e sorprendente. Non sapevo di poter arrivare nella cinquina ed è stata un bella soddisfazione.

Il tuo primo approccio con il cinema -dopo anni di gavetta in teatro e in televisione- è stato da subito impegnativo: registi prestigiosi, cinema d’autore, candidature a Festival e premi (“Non essere cattivo” ha anche sfiorato la cinquina agli Oscar). Cosa hanno significato per te? Il punto di inizio. Dopo 22 anni passati a sognare e studiare avevo deciso che era tempo di una pausa. Riflettevo su come avrei fatto questo mestiere. Se non potevo lavorare nel mondo del cinema avrei comunque fatto l’attrice ma in altri ambiti. Ho interpretato la vittoria del provino per Annarella come un segno. Poi è arrivato Caligari ( il cinema d’autore e del cuore tanto sognato), poi Maccio Capatonda. Continuerò a sognare mentre faccio altre cose.

Droga, la tossicodipendenza in generale, sono i leitmotiv di entrambi i film. Cosa ti ha lasciato l’immedesimazione in questi ruoli? Cosa cambia nel modo di vedersi, di vedere? Come hanno detto alcuni pensatori importanti, dentro di noi ci sono tutte le emozioni. Tutto ciò che è l’essere umano. Tutti i suoi sentimenti. Forse il nostro compito per farli emergere è andare a cercare quei sentimenti, non giudicarli qualunque essi siano e metterli a disposizione. Ciò che mi hanno lasciato forse è stata proprio la scoperta di alcune parti di me mai emerse prima.

Hai spesso parlato della tua provenienza geografica (Spinaceto, quartiere a sud di Roma ndr), di come la periferia «richieda uno sforzo in più, ti viene voglia di andare sempre a cercare qualcosa di meglio». Quanto c’entra in tutto questo il Teatro della Dodicesima? Il t.d.d è LA risposta a questa esigenza, che non tutti hanno (molti trovano altre passioni altrettanto valorose). In generale, per quelli che sentono di poter scoprire qualcosa di più oltre a quello che hanno intorno, è importante sapere che ci sia un posto dove poterlo fare. Non dico che il teatro sia il meglio in assoluto, ma sicuramente è una possibilità di viaggiare nel tempo e nella bellezza. L’alienazione di una periferia può essere limitante e deprimente. Un’associazione e un teatro posso fare molto contro la solitudine.

A Roma ogni due, tre mesi, un teatro o un cinema occupato vengono minacciati di sgombero nonostante siano spesso luoghi finalizzati alla sola condivisione creativa. Servirebbe forse un approccio più convinto da parte della comunità artistica? Cosa ne pensi? Seguo il lavoro di sostegno che fanno alcuni attori. La mia famiglia gestisce un teatro in periferia senza fondi. Già da 20 anni supportiamo la causa della diffusione culturale. Ti posso dire che una buona ridistribuzione dei fondi gioverebbe a tutti. Anche un decentramento culturale gioverebbe. Così come le collaborazioni tra teatri centrali e periferici. Per quanto riguarda i posti occupati si dovrebbe fare un’analisi più approfondita sull’operato reale del centri occupati di cultura. Non sono d’accordo sulle occupazioni senza contributo, non si può pretendere uno spazio, non si può pretendere di non pagare un contributo per le spese al comune. Certo, se un’associazione, un gruppo di persone  svolge da anni una funzione culturale vitale nel quartiere o in una città, e da anni si “accolla” spese ristrutturazioni ecc., insomma se giova al comune, quest’ultimo dovrebbe oltre che ringraziare chiedere: Avete bisogno di qualcosa? Non chiudere un teatro senza appello; e soprattuto non dopo che per 30 anni un teatro ha segnalato delle irregolarità che il comune ha fatto finta di non vedere. Comunque si se gli artisti si unissero veramente si potrebbe ottenere più attenzione, come in tutti gli altri settori lavorativi.

Un mese fa è uscito nella sale “Omicio all’italiana”, commedia scritta e diretta da Maccio Capatonda in cui interpreti la poliziotta Gianna Pertinente; rispetto ai precedenti, un ruolo totalmente nuovo. Come è andata? È andata che nonostante fossi un personaggio reale, normale, serio, ho lavorato con persone che mi hanno trasmesso la leggerezza e che mi hanno contagiata. Ho recitato con attori comici assaporando il gusto dei tempi delle pause. E ho vissuto un  set unico fatto di persone speciali. Il cinema di Maccio è stratificato ed è importante trovare l’equilibrio delle parti. Essere una citazione  importante mi ha inorgoglito (ride).

Sentivi la necessità di un cambiamento? Con il mio agente lo speravamo. Visti i rischi che si corrono nell’essere etichettati. Spero sempre di potermi allontanare da me.


Nella foto: Roberta Mattei, Edy Angelillo, Gianmaria Biancuzzi, Francesco Foti e Alessandro Parrello in Sweet India
(foto Ivan Palombi)

Hai esordito nel 2006, recitando nella serie TV “Sweet India”. Quali ricordi conservi? Beh…mi sono portata via come regalo di vita Alessandro Parrello e non è piaggeria. Eravamo fratelli e la cosa è rimasta. Era la prima esperienza su un set; rubavo tutto con occhi e orecchie, delle tazze da tè indiano e le canzoni cantate in camerino con Shel Shapiro: un parco giochi serio.

Hai il desiderio di voler prima o poi tentare il salto verso il cinema estero? Certo. Amo il cinema coreano. Guardo sempre fuori. Credo però anche che la lingua per un attore sia fondamentale e che esprimersi nella propria lingua sia un’indagine eterna. Quindi spero di fare molto qui. Però in effetti un’altra cultura significa un altro linguaggio…e spesso in un film coreano o uno svedese ecc. ecc. puoi ritrovare delle cose che ti appartengono e con cui ti senti legato. O un modo di vedere il tempo, la vita, i rapporti.

Stai lavorando a nuovi progetti? Deve uscire un film di Francesco Maria Dominedo “La banda dei tre” sono una gemella biologica amante di un Nano capo banda. Cerco di promuovere due spettacoli “Billie blue” su Billie Holiday e “Aeternitas”,  circa la vicenda Eternit di Casale Monferrato. Un film ancora da confermare. È tempo di provini.

© Riproduzione riservata

Guarda anche

A voi la comicità di Louis C.K: ecco perché è il migliore

    Per chi ancora non lo conoscesse Louis C.K. (Washington, classe 1967) è un …