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Paolo Genovese, regista
Paolo Genovese, regista cinematografico
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Paolo Genovese: con l’ironia e la leggerezza si può raccontare la vita

Romano, classe 1966, Paolo Genovese è Laureato in Economia e Commercio, ha iniziato la sua carriera come pubblicitario per poi passare al cinema dapprima assieme a Luca Miniero, poi da solo, affermandosi oggi come uno dei registi di maggior successo della commedia Italiana campione di incassi, da “Immaturi” a “Tutta colpa di Freud” fino alla sua ultima fatica “Sei mai stata sulla Luna“. Oggi, bevendo assieme a me un aperitivo nella romanesca piazza di Campo de Fiori, nel cuore della città, ci racconta il suo percorso, con una semplicità e umiltà che appartiene ai più grandi.

Paolo, come é iniziato il tuo viaggio nella regia?
La passione di raccontare storie ce l’ho da sempre, pensa che il primo regalo che ho chiesto ai miei quando avevo 14 anni fu una telecamera, che era una rarità a quei tempi, con la quale facevo dei piccoli film, raccontavo storie e non pensavo a fare il regista. Dopo di che, da li a farlo diventare un lavoro è stato un insieme di cause. Dopo la laurea in economia e commercio ho fatto un master in marketing, ho cominciato a lavorare in pubblicità, tra l’altro con una società Americana dove ho avuto modo di girare il mondo e stare molto tempo sui set e a contatto con le persone dell’ambiente. Ho avuto la possibilità di girare i miei primi cortometraggi tra cui “Piccole cose di valore non quantificabile”, circa 20 anni fa, assieme a Luca Miniero, che ha vinto tantissimi premi ed è stato notato da tre produttori, Andrea Occhipinti, Gianluca Arcopinto e Amedeo Pagani, i quali ci hanno proposto di fare il nostro primo lungometraggio a super low budget che si chiama “Incantesimo Napoletano”, film che ha incassato tanto rispetto al suo costo industriale e vincendo il David di Donatello, il Globo D’oro, il Nastro d’argento diventando un piccolo caso. Da li abbiamo iniziato un percorso professionale di regia vero e proprio.

Qual è la prima regola che hai imparato all’inizio della tua carriera?
In realtà non ho fatto una vera scuola di regia, quindi è difficile dire una regola. Trovo che le regole tecniche siano importanti fino ad un certo punto, anche se è necessario conoscerle, per seguirle o trasgredirle. Per questo una formazione è importante. Come regola in senso lato, al di la del tecnicismo, è fondamentale avere sempre un’idea centrale di racconto, a prescindere dal tema. Oggi è difficile trovare un tema completamente nuovo che non sia già stato affrontato nel cinema, quindi quello che possiamo fare è avere un punto di vista nuovo e originale sulle storie.

Hai scelto la commedia o la commedia ha scelto te?
Ho scelto la commedia perché trovo che sia il genere più nobile che esista in quanto è il modo di raccontare più completo che abbraccia a 360° la narrativa. Bisogna però fare una distinzione tra commedia e film comico perché vengono spesso  confusi. Il film di Natale ad esempio, senza nulla togliere, è un genere comico, non è commedia ed è nobilissimo perché deve far ridere, cosa che non è affatto facile. Nella commedia invece non è fondamentale far ridere ma è importante raccontare la storia attraverso un’immedesimazione e un’emozione, facendo anche sorridere. Detto questo trovo che paradossalmente la commedia sia il modo più difficile di raccontare e più complessa del film d’autore, dove invece la bravura del regista è quella di saper fotografare e descrivere la realtà così com’è. Nella commedia c’è un passo in più, bisogna trovare un meccanismo che racconti in chiave ironica la realtà. Non è la semplice realtà ma una rielaborazione di essa, una rappresentazione della realtà e, in quanto tale, se ben fatta, diventa paradigma di quello che stai raccontando. Non è un caso che degli ultimi 3 Oscar italiani due erano commedie, “Mediterraneo” di Salvadores e “La vita è bella” di Benigni. Ma perché? Perché la commedia è come un cavallo di troia, ossia entra e arriva alle famiglie. Il tema degli ebrei deportati Benigni lo ha fatto veramente entrare dentro le case di milioni di italiani. Altri nobilissimi autori italiani hanno fatto film sulla Shoah che però aprioristicamente, come film d’autore, hanno un bacino di utenza più piccolo. Ecco perché la commedia ha una responsabilità enorme, perché arriva al cuore della gente. Per questo l’ho scelta, perché con l’ironia e la leggerezza si può raccontare la vita.

In sei mai stata sulla Luna c’è una frase che mi ha colpito perché ho trovato molto vera ossia: ‘A volte nella vita si fanno tante cose per finta, per paura della realtà.’ Secondo te perché ci fa così paura la realtà?
Penso profondamente che quello che tutti noi facciamo è difenderci dalla realtà. La realtà ci porta così tanti stimoli e così tane sollecitazioni per le quali fondamentalmente non siamo pronti, quindi è abbastanza naturale creare un muro, un velo per poter proteggerci dalla realtà. È nella natura umana.

Spesso i tuoi personaggi si scontrano e si confrontano per amore e per amicizia, anche tra mondi diversi. Secondo te è possibile mettere insieme oggi due mondi diversi?
Garda, trovo che in qualunque nostra manifestazione ci sia una mediazione da fare, un tentare di far convivere mondi differenti e, senza arrivare a differenze così estremizzate come nei film, nord-sud, ricchezza-povertà, trovo che l’essenza di ogni individuo sia molto personale ed unica in qualche modo e qualunque tipo di contatto o di rapporto con l’esterno è una misurazione con qualcosa di diverso. Anche le cose più vicine sono diverse. La famiglia, che è un incontro tra due persone che comunque sono diverse che non sono nate per stare insieme, dovrebbe essere il nucleo più intimo e più omogeneo che esista, ma in realtà non lo è. Una famiglia per funzionare deve smussare gli angoli, in qualche modo accettare compromessi in continuazione, deve accettare il diverso e quindi assolutamente si, possono e devono coesistere, perché se pensi che il diverso lo trovi con la persona con cui dividi la vita, figuriamoci nel resto.  Trovo che tutto sia diverso da noi e quindi con tutto dobbiamo relazionarci per migliorarci.

Paolo Genovese
Paolo Genovese sul set a New York

So che anche tu adori New York e ci vai spesso sia per piacere sia per lavoro. Che cosa ti piace della Grande Mela?
Guarda, ogni volta che vado sono due le cose che mi affascinano: La prima è che a New York hai la sensazione netta che tutto sia originale; mi spiego, nulla è derivato, dai negozi allo stile di vita, ai vestiti, alle mostre, a tutto quello che fai, sembra che nasca la. Sei nel centro del mondo dove la creatività è presente ovynque. A Roma invece, che è la mia città e che amo, sembra che non sia tutto originale. Alcune cose senti che sono importate e copiate da un’altra parte. Almeno questa è la mia sensazione. L’altra cosa che mi piace di New York è il fatto che tutto cambia velocemente ma sembra che tutto resti sempre allo stesso modo. Quando ci ritorni, anche dopo tempo, hai la sensazione di trovare sempre la cara vecchia New York e, anche se i negozi sono cambiati, i posti sono cambiati e le persone sono diverse, non hai mai la sensazione del tradimento. Invece ci sono molte altre città dove tu torni dopo 10 anni e trovi tutto cambiato e ti senti tradito perché non le riconosci più.

Vivendoci ormai da qualche anno condivido pienamente questa sensazione. Ogni volta che ci torno. “Tutta colpa di Freud”, film stupendo, lo hai girato li. che effetto ti ha fatto lavorare nella città più amata dai registi?
Guarda, quando ho cominciato a fare questo lavoro, scherzosamente avevo due sogni: girare un film su un’isola della Grecia e girare un film a New York e, dopo “Immaturi” girato a Palos, mi mancava New York che, molto banalmente, credo sia l’immaginario cinematografico con il quale ogni regista è cresciuto. E ti dirò che non serviva girare li, perché la storia di quella ragazza che ritorna a casa poteva partire da qualunque posto, ma è una scelta che ho voluto io fortemente chiedendo uno sforzo in più alla produzione. In fondo questo lavoro lo facciamo anche per degli stimoli e andare a girare a New York mi ha stimolato tantissimo ed è stato meraviglioso. Ovunque mettevamo la macchina da presa era subito cinema. A Roma dove metti la macchina da presa è subito un parcheggio!

E al sogno americano… Ci hai mai pensato?
Ultimamente mi hanno proposto, in maniera sempre più robusta, di fare un film negli USA, e magari come esperienza potrebbe anche succedere, ma onestamente, non sono uno di quelli che si entusiasma all’idea, per due motivi: il primo, la figura del regista in America è ben diversa da quella del regista in Italia, che sento più mia. In Italia sei come un artigiano, ti rimbocchi le maniche e segui tutto il processo creativo della lavorazione, come nel mio caso in cui seguo dal soggetto alla sceneggiatura alla regia al montaggio, controllando anche che la locandina non abbia refusi sul film. E questo è un modo di lavorare.  In America invece c’è una divisione, una parcellizzazione del lavoro molto più netta; la sceneggiatura è un compartimento, la regia un altro e sul montaggio interviene sempre il produttore. E’ un’industria e, in quanto tale, è organizzata in maniera molto più rigida. A me piace molto l’atmosfera artigianale che c’è in Italia, che ci distingue. Il secondo motivo, il più importante, è che per fare un film internazionale non bisogna andare a girare in America. Il film internazionale lo riesci a fare quando la tua storia diventa internazionale e ha qualcosa da raccontare a tutti, un po’ come accadeva con le storie del nostro neorealismo che funzionava in tutto il mondo perché arrivava alla gente. Purtroppo però da un certo punto in poi abbiamo smesso, Sorrentino a parte. Se guardi bene oggi il mondo cinematografico è dominato da storie di cinesi, tailandesi, messicani. Vedi il caso di “Birdman” di Inarritu che, raccontando sapientemente le storie sue di una realtà appartenente alla sua cultura, ha conquistato Hollywood senza mai scimmiottarla.

Perché secondo te in Italia non si riesce ad andare in quella direzione?
Probabilmente è un problema culturale. Non abbiamo più cultura di cinema, cultura delle immagini, a scuola non si insegna cinema, non si parla di cinema. Ma al di la di questo, ci facevo caso nelle ultime campagne elettorali, si è parlato di tutto, ma nessuno ha parlato di cultura, anche per attirare voti! Nessuno ha parlato di costume di musica di teatro, di letteratura. Non è un tema che interessa più un cazzo di nessuno! Ed è grave perché quando un paese abbandona la cultura va verso la deriva.

Molti giovani oggi tentano la strada dell’estero, soprattutto in America. Tu ad un giovane regista o attore cosa consiglieresti?
Onestamente ci sono troppe variabili per poter dare un giusto consiglio. Sinceramente ad esempio, agli attori che vogliono lavorare in Italia, suggerirei di studiare in Italia. Per chi fa regia trovo che un confronto con una scuola americana sia interessante, ma ne per mancanza di tecnica qui in Italia, ne per trovare lavoro, ma perché quello che ti riporti a casa è un entusiasmo di fare bene, che purtroppo qui stiamo perdendo. Imparare a girare e fare un’ inquadratura è semplice, lo può fare chiunque, ma probabilmente confrontarsi con giovani di cultura diversa con idee diverse, amplia il nostro raggio di azione.  Ma, a meno che la scelta sia quella di restare all’estero, per lavorare in Italia bisogna restare qui.

Prevedi o Ti piacerebbe misurarti con un film di genere in futuro?
Come ti dicevo la commedia è così vasta che potresti fare cento commedie tutte e cento diverse. C’è la commedia horror, la black comedy, la commedia inglese, la commedia demenziale, la commedia emozionante. Detto questo, escludendo una spy story che lascio volentieri ad altri, magari si, un film drammatico un domani lo farei volentieri.

Dopo New York, Parigi e la luna, I tuoi prossimi impegni dove ti porteranno?
Fino a qualche settimana fa ti avrei risposto “su un’isola del mediterraneo”, ma probabilmente cambierò destinazione e resteremo dentro un grande appartamento…

di Alessandro Parrello

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