Milena Canonero
Premiazione notte degli Oscar
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L’OSCAR A MILENA CANONERO E LA MIGRAZIONE DEI TALENTI

Milena Canonero Oscar
Premiazione notte degli Oscar

Chissà cosa ha pensato Milena Canonero quando ha stretto la statuetta dell’Oscar meritatamente vinta come miglior costumista grazie alla sua bella prova in Grand Hotel Budapest: ha guardato poco la platea, molto Wes Anderson, pronunciato un discorso di generosa umiltà (“…grazie Wes, questo è per te, lo voglio condividere con te. Sei stato di grande ispirazione, sei come un direttore d’orchestra, sei un grande compositore, sei il nostro regista e sei stato il nostro ispiratore. Senza di te non avrei mai potuto farlo…”), salito le scale per tornare al suo posto e applaudito con garbo discreto le successive assegnazioni. Certamente è facile immaginare cosa hanno pensato in molti, qui in Italia, di costumisti o aspiranti tali, addetti e non alla macchina del cinema che sempre più da queste parti sembra essersi inceppata: beata lei che ce l’ha fatta, beata lei che il suo talento l’ha potuto stendere e far vedere a tutti. Brava lei che se n’è andata via.
Dopo Arancia Meccanica e Shining, infatti, Milena Canonero ha lavorato ai costumi di numerose pellicole di successo (tra le altre: La mia Africa e Titus) senza mai subire alcun rallentamento. Sofia Coppola l’ha voluta per Maria Antonietta (la sua impresa più delicata, l’innamoramento di molti), le ha permesso di vincere il suo terzo Oscar dopo quelli per Barry Lyndon e Momenti di Gloria e le ha di fatto consegnato un’altra preziosa medaglia all’intuizione (“Per i colori pastello e confetto degli abiti mi sono ispirata ai macaroons di Laduree”). Eppure, nonostante la deferenza dei registi americani, forse proprio a causa della deferenza dei registi americani, Milena Canonero in Italia per lavorare ci è tornata pochissimo (i Viceré di Faenza e qualche collaborazione teatrale con Ronconi), scegliendo piuttosto di rimanere a Los Angeles e godere della libertà di un Paese che annusa i talenti e non si spaventa della meritocrazia.
Ormai succede sempre più spesso, d’altronde, che gli italiani (ma non solo) si abbandonino alla migrazione oltreoceano costretti dalla forza delle loro aspirazioni: se si vogliono realizzare, se vogliono quantomeno tentarla la realizzazione di quello che nel profondo più gli brucia, devono concedere a se stessi la possibilità di rischiare altrove. Il Belpaese non è un posto dove i sogni sanno adattarsi: mancano ossigeno, spazio vitale, investimenti. L’arte è uno spauracchio da lasciare in un angolo, che chi la vuole fare è un visionario utopista che poco sa della vita e di “come vanno le cose in Italia”. Raramente c’è un futuro per chi studia la tecnica del costume, o per le percezioni che diventano idee, o per chiunque sente che la vita così com’è, la vita senza creatività, purtroppo non gli basta. O si segue la via di Milena Canonero, quindi, o si rischia di rimanere seppelliti dentro se stessi, perché se si aspetta che siano le istituzioni a prendersi cura dei talenti, è proprio questo (esattamente quest’ultimo) il finale più certo. Come certo è d’altronde anche un altro, di finale: se per caso uno qualsiasi di questi talenti decidesse di andare a Londra dopo gli studi, se fatalmente conoscesse un regista come Stanley Kubrick, se si trasferisse negli Stati Uniti e per bravura vincesse quattro Oscar, a quel punto il suo Paese (soprattutto quella parte che conta e per il disinteresse della quale anni prima è emigrato) inizierebbe ad accorgersi di lei/lui. Le/Gli invierebbe messaggi di congratulazioni, rimarcherebbe la sua provenienza, la sua creatività tutta italiana; probabilmente parlerebbe di lei/lui in qualche salotto, con la gamba accavallata, pavoneggiandosi di quel successo come se fosse anche un po’ suo; tirerebbe in ballo quella vittoria in molte occasioni, alzando un poco il sopracciglio, sorridendo sornione e felice di un merito che non gli spetta.
E allora perché non farlo prima, perché non farlo da subito, perché aspettare che siano sempre prima gli altri ad accorgersi di come la creatività tutta italiana faccia bene al mondo, quando al mondo è concesso di vederla. Perché non inventare nuovi modi, altre vetrine, interessanti concorsi. Perché non pavoneggiarsi dei proprio talenti quando si ha la possibilità (e la responsabilità) di metterli in luce personalmente?

di Francesca Scialanga

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