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MAD SHEPHERD E IL LORO ALBUM DI ESORDIO MONARCH

Alcuni musicisti ce la fanno. Alcuni musicisti che sono giovani, preparati, con quel talento originale che tanto manca. Escono dai garage, dalle stanzette polverose in cui suonavano il sabato pomeriggio e dicono eccomi, questo sono io, questa è la musica che mi appartiene e adesso statemi ad ascoltare. Organizzano i primi concerti, partecipano ai primi concorsi, poi va a finire che conoscono un importante ingegnere di Mastering americano e incidono un album d’esordio tra i più interessanti in circolazione.

I Mad Shepherd fanno parte di questi alcuni, e non solo perché sono bravi, ma perché hanno saputo intuire l’importanza di uno sguardo aperto e internazionale in un’epoca di continui scambi tra piccoli e grandi continenti.

Punto primo: sono una band alternative rock composta da batteria (Marco Fiorenza), basso (Francesco Leone), chitarra (Salvatore Dragone) e voce (Stefano Di Pietro). Punto secondo: cantano in inglese. Punto terzo: si ispirano a gruppi come i Queens of the stone Age, Deftones e Foo Fighters. Punto quarto: i loro testi raccontano quegli aspetti della realtà italiana così universali da essere facilmente riconoscibili all’interno di molte altre realtà. Insomma: può ascoltarli chiunque, e chiunque può dire: ehi, questo è il mio Paese, questo sono io.

In occasione dell’imminente uscita il 25 marzo del loro album d’esordio dal criptico titolo “Monarch” abbiamo intervistato il cantante Stefano Di Pietro, reduce assieme agli altri dalla vittoria come Miglior Band Emergente al Roma Videoclip con il video del brano California.

Monarch cover albumIl titolo del vostro album d’esordio, Monarch, si riferisce a una peculiare tecnica di “controllo mentale” utilizzata dalla C.I.A. per ammaestrare gli agenti attraverso l’uso dell’ipnosi. A ben guardare sembra quasi una metafora dell’attuale Italia: un Paese stanco e sciancato che preferisce chiudere i propri talenti musicali dentro barattoli dalle stesse forme piuttosto che rischiare con l’accettazione di novità e diversità reali. Da questo punto di vista gli Stati Uniti sembrano invece il Paese delle grandi opportunità, o no?
Direi che hai colto perfettamente la metafora che abbiamo utilizzato. Gli Stati Uniti da questo punto di vista sono molto diversi, c’è una forte apertura verso la novità e si accettano molti più rischi. Questo non vuol dire che non ci siano poteri “forti”, anzi, solo che è più facile trovare una certa strada, soprattutto se non è “già tracciata”.

Monarch è stato coprodotto da Walter Babbini (nome molto noto in Italia), mentre il mastering è stato affidato a Howie Weinberg (Muse, Metallica, Deftones) presso il suo Howie Weinberg Mastering studio di Los Angeles. Come è nata questa collaborazione? Cosa significa per dei musicisti alternative rock italiani lavorare negli Stati Uniti?
Abbiamo contattato Howie direttamente tramite mail e gli abbiamo spedito il mix del disco. Lui è stato davvero gentile e disponibile. Avevamo scritto a molti altri Mastering Engineers prima di sentire lui e comunque tutti avevano mostrato una certa professionalità e un approccio molto informale che a noi fa sempre molto piacere. Qualsiasi rapporto con gli Stati Uniti dal punto di vista musicale si rivela sempre una sorpresa positiva, anche solo dal punto di vista dell’approccio ci sentiamo molto più a nostro agio della maggior parte dei contesti italiani.

Tu hai vissuto negli Stati Uniti: prima studiando linguistica a Berkeley (CA), poi approfondendo le ricerche in campo umanistico presso il dipartimento di Scienze Cognitive di San Diego (UCSD). Quanto hanno influito queste esperienze nella stesura dei testi dell’album?
Direi moltissimo. Conoscere un po’ come funziona il linguaggio e la mente mi ha aiutato a costruire dei testi più ricchi sia dal punto di vista propriamente linguistico e sia per quanto riguarda i processi di costruzione del significato che ci stanno dietro. Avrai notato che c’è una grossa quantità di metafore. Esse hanno una funzione evocativa fondamentale. Il testo di rebirth ad esempio è tutto costruito su una serie di metafore spaziali (legate al salire e al scendere) che si collegano alla dinamica di tutta la musica e alle fluttuazioni della melodia. Il tutto è creato per suscitare una sensazione di salita e discesa in determinati passaggi, che agisce anche a livello percettivo. Poi studiando Scienze Cognitive ho anche capito quanto è facile per chi conosce determinate strategie di comunicazione, per esempio i politici, convincere la popolazione che una determinata scelta sia quella migliore. Questi miei studi insieme a quelli di Francesco, il bassista e psicologo di formazione, ci hanno ispirato per la creazione del concept stesso dell’album.

“If you wanna take the right way than forget all the road signs/ Is a long way till the end/ Rising, rising but it will be a wild ride/ Rising, rising”. Viene voglia di leggere questi versi di coraggio (contenuti nel brano Rising) ancora e ancora, con gli occhi socchiusi e il mondo di fuori che per un attimo smette di far rumore. In una società ingolfata, dove piccole e grandi crisi hanno partorito solo rabbia e immobilismo, è forse più che mai necessaria la fruizione di sani incoraggiamenti al riscatto? La fruizione di sane e belle parole?
Prima di tutto grazie per le tue considerazioni, ci piacerebbe che tutti avessero quel desiderio di ascoltare con gli occhi chiusi, lasciarsi andare e magari anche permettersi di ricevere un po’ di coraggio in più dalle parole di questa canzone che è proprio un incitamento alla rivoluzione e al riscatto, alla ricerca della propria strada dimenticando magari anche la paura di prendere percorsi alternativi. Mi pare che hai colto molto bene l’intima essenza del nostro messaggio che non vuole essere solo di denuncia ma soprattutto d’incitamento. Vorremmo cercare di mostrare delle vie d’uscita, magari d’infondere, anche con l’energia durante i live, il coraggio di prendersi ciò che è dovuto. Veniamo da una generazione, soprattutto in Italia, in cui i giovani vengono sempre tenuti a bada, devono aspettare, rispettare i più anziani e superiori, in silenzio, trattati da eterni bambini. Ecco basta, organizziamoci e creiamo qualcosa di nostro, in qualsiasi ambito. Bisogna trovare il coraggio di sfidare le sicurezze e ciò che è certo per trovare qualcosa di autentico, anche fallendo, ma magari anche solo provare dona maggiore valore alla vita stessa.

E il mercato musicale americano (quello che sembra non rallentare), come reagisce?
Le cerca, lui, le belle parole?
Il mercato discografico americano sicuramente lascia molto più spazio a realtà anche più alternative e cerca di valorizzare maggiormente ciò che vale. Devo dire che la tradizione italiana dal punto di vista dei testi non ha nulla da invidiare neanche agli Stati Uniti, abbiamo una tradizione di cantautori e parolieri davvero straordinari. Manca spesso invece l’aspetto musicale. Ecco noi abbiamo provato a mettere insieme questi due aspetti…o almeno ci abbiamo provato.

Quali sono i vostri progetti attuali e futuri? Ma, soprattutto, dove vi vedete?
Prima cosa l’uscita ufficiale del disco, che arriverà nei negozi di tutto il mondo (Stati Uniti compresi ovviamente) per fine Marzo/Aprile. Poi abbiamo un po’ di date fissate in giro per l’Italia. Per l’uscita ufficiale del disco faremo un Release party ufficiale a Roma. Poi probabilmente, oltre a girare per l’Italia fino ad Agosto per il tour promozionale, faremo anche qualche data in nord Europa. Speriamo di suonare quanto prima anche negli Stati Uniti ma magari, anche grazie a questa intervista, qualche opportunità uscirà fuori!

 

di Francesca Scialanga

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