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Love is a losing game, Amy?

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Amy Winehouse – Ph. Asif Kapadia

Che sia un documentario straziante, di una bellezza malinconica, si evince fin dalle prime scene.  Amy Winehouse ha quattordici anni, il viso pieno, una sigaretta in mano, due o tre amici attorno, intona happy birthday con il suo graffio speciale e si capisce (una nitidezza inconfondibile) che cantare la fa sentire piena e vuota insieme, che a stare lì, dentro il tunnel di luci e ombre che riflettono i doni, lei non ci sta poi così male.

amy_winehouseAmy, l’attesissimo documentario di Asif Kapadia che racconta la vita maledetta e struggente della cantante inglese inizia così, come una storia normale: una ragazzina di talento che scrive e incide i suoi primi demo senza grandi aspettative (“Io voglio solo cantare” è il doloroso leitmotiv che accompagna tutto il documentario), un amico scelto come manager, qualche concerto con due macchiette di spettatori distratti. Filmati amatoriali e privatissimi mostrano Amy prima che diventasse Amy Winehouse seguendo i passi delle sue scelte, delle occasioni e degli incontri che l’hanno portata a raggiungere la notorietà mondiale. Un vero e proprio docu-film che sembra diviso in due parti, tanto è netto il cambiamento fisico ed esistenziale della cantante, in cui il prima è pura autorealizzazione (l’esigenza di cui sopra, l’entusiasmo ispirato dal jazz e dai suoi miti), e il dopo mera realizzazione degli altri (etichette, manager, uomini…).

I video scelti da Kapadia per il documentario sembrano non giudicare mai, piuttosto si susseguono veloci e potenti a tracciare la perfetta parabola di una vita disperata ed eccezionale con l’intuito e il coraggio di chi sa riconoscere i cuori guastati. Anche nel raccontare la relazione di Amy con Blake Fielder (suo ex marito), il regista sembra non voler cedere alle tentazioni della retorica, e mostra la coppia semplicemente per quello che era: due adulti che si trascinano ancora dentro l’infanzia e che a stare insieme si sentono meno soli (“Mi sono innamorata di una persona per la quale sarei morta. Sento che in un certo senso l’amore mi sta uccidendo”). Forse, tra tutte, è la figura di Mitch Winehouse, padre della cantante, quella che suscita più antipatia; perché se all’amore si possono perdonare gli errori alla base di alcune scelte o comportamenti, di un genitore non si riescono invece mai ad accettare opportunismo e facile disattenzione (“Mia figlia sta bene, può cantare, deve esibirsi. Ci sono contratti discografici da molti milioni in ballo”). E anche verso la fine del documentario, quando Amy sembra si stia finalmente riprendendo, sull’isola di St. Lucia, dove ha vissuto vari mesi, lontana dalle droghe e sorridente, il padre riesce a farle del male, arrivando lì con una troup perché lo riprendano assieme alla figlia per un progetto televisivo (“Io avevo chiamato solo te, papà, cosa ci fanno qui anche loro?”, dirà disperata e dolcissima come una bambina che cerca attenzioni).

Nelle ultime scene, il corpo di Amy è fasciato da un telo di plastica e viene portato fuori da casa sua  sopra una barella, morto. Anche qui nessun commento, nessuna deduzione forzata, solo ammiratori che piangono e il silenzio di un quartiere residenziale. E quella frase di Tony Bennett che risuona: “Resisti, Amy, sei troppo importante”.

 

di Francesca Scialanga

 

 © Riproduzione riservata

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