Letizia Battaglia. Per pura passione

Letizia Battaglia. Nella spiaggia della Arenella la festa è finita, 1986.

GENTILISSIMA SIGNORA LETIZIA

LEI SIE RESA RESPONSABILE NON SOLO DI AVER VENUTO IN POSESSO

DELLA ELLEGATA FOTO DA ANCHE DI FARLA PUBLICARE.

PERTANTO IL CONSIGLIO CHE POSSIAMO DARLE ALLONTANARSI

SUBITO DA PALERMO CIOE LASCIARE PALAREMO PRE SEMPRE

PERCHE LA SUA SENTENZA ESTATA GIA DECREDATA.

LEI CON IL SUO MODO DI FARE A ROTTO TROPPO I COGLIONI

CI SIAMO CAPITI. ADESSO FACCIA COME CREDA”

Una lettera scritta in stampatello, sgrammaticata, anonima, con un messaggio chiaro e spaventoso: Letizia Battaglia doveva lasciare Palermo perché per qualcuno era diventata una scomoda presenza; ma da Palermo, lei, non se ne è mai andata se non per brevi periodi, per sua scelta.

Questo documento, testimone della violenta ignoranza della mafia e del coraggio della fotografa siciliana, è parte della mostra “Letizia Battaglia. Per pura passione”, curata da Paolo Falcone, in cui si racconta la carriera di una delle maggiori testimoni degli anni bui di un’Italia tenuta sotto scacco dalla mafia. La proposta di Falcone è varia e numerosa: oltre 200 scatti, provini, vintage print inediti, riviste, pubblicazioni, film, interviste.

La vita di Letizia Battaglia inizia nel 1935, proprio a Palermo, città che sarà per lei sempre fonte di sofferenza e al contempo àncora. “Perché non ho fotografato la bellezza di Palermo? Perché il dolore ha sovrastato la bellezza. Cos’è la bellezza? Un barocco? Un bel cielo? E se sotto c’è una creatura insanguinata o un ragazzo che spaccia droga? Non posso fotografare la bellezza”. All’età di dieci anni, dopo aver passato la prima infanzia a Trieste, Letizia Battaglia torna nel capoluogo siciliano e da quel momento perde la libertà di girare in bicicletta con i piedi sul manubrio: si sposa giovanissima con l’uomo sbagliato, che trova la forza di lasciare solo dopo vent’anni. Negli anni Settanta inizia la professione di giornalista e fotoreporter, la sua vocazione, quel mestiere che ha iniziato per potersi mantenere e che inaspettatamente le ha permesso di conoscere una nuova libertà.

Con la macchina fotografica davanti al volto Letizia Battaglia immortala le uccisioni per mano mafiosa, i volti delle bambine smunte e con le occhiaie; racconta la sua Palermo, dalla quale spesso deve uscire per prendere aria altrove, perché rimanere troppo tempo fermi in un luogo che amore non ne dà le fa male. Il suo lavoro di testimone degli effetti della mafia sulla società siciliana la porta, nel 1985, a New York, per ritirare il Premio Eugene Smith insieme a Donna Ferrato aggiudicandosi il titolo di prima donna europea a vincerlo.

La mostra si articola in due parti. La prima è dedicata alla sua attività di fotoreporter negli anni Sessanta, all’impegno meno conosciuto nel settore dell’editoria sociale e nel teatro sperimentale; fino ad arrivare alla regia e al volontariato nell’ospedale psichiatrico di via Pindemonte, a Palermo – esperienza dalla quale nascono alcuni dei suoi scatti più toccanti e significativi. La seconda parte è invece l’installazione Anthologia, un viaggio in 120 immagini che raccontano il percorso fotografico di Letizia Battaglia da Palermo a Milano, dalle strade delle ragazzine e dei morti ai saloni della borghesia ricchi di sfarzi e segreta complicità.

L’esposizione sarà al MAXXI fino al 17 aprile 2017.

di Giorgia Scialanga

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