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La scrittura e l’editoria nell’ America di oggi. Intervista a Giulio D’Antona

Giulio D'antona
Giulio D’antona

Giulio D’Antona, giornalista culturale classe ’84, è uno dei più competenti e appassionati conoscitori della letteratura americana contemporanea; uno che, per intenderci, quando non vive a Milano sta a New York a intervistare colossi dell’editoria mondiale come Jonathan Galassi (editore della più autorevole casa editrice americana, la Farrar Straus and Giroux) o traduttori come Anne Stein (ci torneremo più avanti), per non parlare di scrittori come Jonathan Ames e Renata Adler. Non solo: contemporaneamente tiene un blog sull’Espresso e scrive storie per Topolino, e tempo fa ha deciso di raccogliere le sue interviste, testimonianze, studi sull’andamento dell’editoria in America (e quindi nel mondo) in un libro dal potente titolo “Non è un mestiere per scrittori” (Minimum fax). Ma attenzione, questo saggio non è un trattato sull’andamento geografico degli scrittori negli Stati Uniti, o meglio, è anche questo, ma solo in parte, perché soprattutto si tratta di un’incursione a onde (e salite, e discese) nella società letteraria newyorkese e nella sua scrittura; passando per l’industria, l’editoria, i master, le traduzioni, sintetizzando, ma non semplificando, cosa significa vivere e fare libri in America oggi. Scrive Giulio D’Antona: “Non esiste un altro posto al mondo in cui la letteratura -come il cinema, la musica e la televisione- possano attingere a una riserva tanto vasta di spunti, influenze e interazioni. In cui la narrazione sia tanto ricca quanto fondamentale, fondante e unificante”.

La prima domanda è d’obbligo: come hai lavorato per costruire un saggio così minuzioso, eppure sempre teso, appassionante e coinvolgente quanto un romanzo letterario?

Ci ho lavorato a lungo inconsciamente. Le prime interviste che ho raccolto, le ho fatte per i giornali per cui lavoravo e solo dopo che ne ho avute parecchie sotto il naso mi è venuta l’idea di farne un libro. Che poi si è trasformato in un saggio e di nuovo in un reportage fino ad assumere la forma che ha ora (per fortuna, direi). Ho sempre scritto appena avevo i dati, preso appunti appena dopo le esperienze, un po’ come se dovessi scrivere molti articoli e solo alla fine ho sistemato il quadro generale. Non pensavo al libro, perché il pensiero mi faceva paura.

New York è, ed è sempre stata, -ti cito testualmente- “il centro esatto della cultura mondiale, il punto zero della letteratura”: spazio d’incontri, circoli letterari, grandi gruppi editoriali che gestiscono il mercato condizionandone gli andamenti; eppure dalla tua analisi ne emerge un recente svuotamento, quasi una diaspora dalla City di buona parte della classe intellettuale e di quanti aspirano a farne parte. È un fenomeno destinato a mutare ancora?

Per come la vedo io, credo che si tenda a una forma di equilibrio simile a quello dei vasi comunicanti. L’industria rimarrà in città, gli scrittori e gli intellettuali se ne staranno dove preferiscono, continuando a scambiare materiale e informazioni con il centro dell’editoria di Manhattan, finché quello che entra non sarà pari a quello che esce.

Non è un mestiere per scrittoriProviamo però a immaginare un’aspirante scrittrice tipo (venticinque anni circa, mente brillante, ultimo romanzo letto “Il cardellino” di Donna Tartt, una laurea in letteratura) che arriva a New York fiduciosa di attirare l’attenzione sul manoscritto a cui lavora da cinque anni e tentare così l’ascesa verso la pubblicazione. Quali quartieri dovrà frequentare? Le basterà giovagare per Brooklyn nella speranza di incontrare un agente letterario o le servirà un piano più mirato?

Le servirà moltissima determinazione e sicuramente un po’ di praticità con gli ambienti. Il punto è che non è più necessario essere in città per incontrare le persone, ma se ci si trova qui, allora è meglio mettere a frutto gli sforzi con il minor dispendio possibile di energie. Non basta girovagare per Brooklyn, semplicemente perché l’editoria non girovaga per Brooklyn. Si possono frequentare le feste e cercare di conoscere le persone, ma bisogna aggiungere a questo molto realismo e la consapevolezza che l’industria editoriale è un’industria, appunto, e come tale sottostà a regole formali molto rigide.

Uno dei passaggi in assoluto più divertenti e significativi descrive il fermento giornaliero in un caffè letterario frequentato da narratori (o simil tali) in cerca d’ispirazione. Ognuno ha il proprio pc e i propri fogli d’autore sparpagliati sul tavolo, ma nessuno si azzarda a scrivere a meno che ad iniziare non sia prima qualcun altro; a quel punto parte la catena di ticchettii e rumore di carta, come se l’intraprendenza degli altri bastasse a valorizzare le idee che si hanno in mente (o a creare un buco nell’ immaginario creativo). Perché tanto accanimento verso un mestiere che rende “poveri e dannati”?

Penso che attorno alla scrittura sopravviva ancora lo stesso stereotipo romantico che aleggia attorno ai marinai: da fuori la fatica, le notti insonni, la puzza di pesce e il lavoro di sentina sembrano tutte cose che vale la pena affrontare, da dentro non si fa che domandarci chi ce lo ha fatto fare. Ma poi, come sempre, è l’unica cosa che sappiamo fare e siamo troppo vecchi per cambiare mestiere.

Una delle vie che può portare un aspirante scrittore alla pubblicazione è il diploma di un corso MFA, ovvero Masters of Fine Arts (il più conosciuto è l’Iowa Writer’s Workshop) in cui si insegnano tecniche di scrittura e ci si confronta con professori-“scrittori che si ritrovano a mantenere se stessi insegnando ad altri la stessa pratica per cui loro sono costretti a cercare di che mantenersi”. In Italia non esiste nulla del genere (forse a questo modello si avvicina solo la “Scuola Holden” di Torino) gli scrittori sono spesso costretti a dover gestire l’imbarazzo di dichiarare quale lavoro fanno, o a cui mirano, e i pochi corsi universitari esistenti sono deboli e senza sbocchi concreti. Pensi sia un bene o un male? Si può insegnare a scrivere?

Si può insegnare a scrivere per mestiere, o con profitto. Non si può insegnare la buona scrittura, ma il metodo. Sono abbastanza convinto che gli Mfa abbiano contribuito ad appiattire il panorama letterario e la lingua letteraria inglese, ma hanno anche contribuito a mantenere scrittori che in altri casi sarebbero stati costretti a rinunciare alla propria ispirazione. In Italia abbiamo ancora una buona dose di creatività che non ha necessità di essere stimolata in maniera forzata. Non sempre produce geni, ma nemmeno le scuole di scrittura.

Quali sono le differenze e le affinità tra lo status di scrittore negli Stati Uniti e in Italia?

Gli scrittori americani, come molti dei professionisti americani in genere, sono focalizzati esclusivamente, o quasi, sul loro mestiere. Gli scrittori italiani sono molto più flessibili. Un romanziere spesso si trova a fare da critico, sceneggiatore, editor, correttore di bozze, traduttore e consulente. Il America la differenza tra il mestiere di scrittore e l’industria che lo supporta è nettissimo e qualsiasi contaminazione è vista di cattivo occhio. Forse le cose stanno cambiando, forse no.

“Il fervore della Goldstein (traduttrice di tutti i libri napoletani finora pubblicati ndr) per i libri della Ferrante la pone in una posizione estremamente sospetta. Sembra che conosca così a fondo l’autrice da anticiparne le mosse, parla per lei con i giornalisti e a leggere le interviste dà l’idea che sia la scrittrice a suggerirle le risposte […] ma non sarebbe bellissimo se l’autrice misteriosa in grado di far innamorare gli americani e di riportare un po’ di letteratura italiana oltreoceano fosse proprio una donna americana?”. Tra tutte le teorie su “il caso Elena Ferrante” che circolano negli ultimi anni (che la vogliono sdoppiamento di Domenico Starnone, moglie di Domenico Starnone, il suo editore italiano Sandro Ferri e moglie ec. ec.) questa sembra in assoluto la più interessante, che servirebbe anche a spiegare il suo rumoroso successo (tra le 100 persone più influenti al mondo secondo il “Time”) in un Paese che da sempre rifiuta buona parte della letteratura oltreoceano. Quando e come è nato il tuo sospetto?

È nato proprio vedendo come Goldstein è appassionata del lavoro fatto su Ferrante. È una delle traduttrici americane più capaci e raffinate che io conosca, non sarebbe male se fosse anche una delle scrittrici italiane più apprezzate, sarebbe il coronamento di una stupenda carriera, per come la vedo io. A dire la verità, a questo punto sono quasi certo di essermi sbagliato, ma la mia è una teoria dettata più da un’idea romantica del mestiere che da altro. Certo, la perizia con cui scegli esattamente i termini nella traduzione, quasi sapesse quali sono i corrispettivi inglesi non per rendere una parola, ma un intero concetto, è straordinaria.

Tornando al disinteresse verso la narrativa straniera, che copre solo il tre per cento dei libri pubblicati negli Stati Uniti, gli autori italiani selezionati (oltre alla già citata Ferrante) sono pochissimi. Le cause sono da ricercare, spesso, nella non adattabilità della lingua (scrivi: “I libri di Elena Ferrante funzionano perché sono sostanzialmente scritti in una lingua piana”) o nel disinteresse editoriale verso un salto nel vuoto; ma fosse anche a causa del voyeurismo tutto americano verso trame che siano solo, o in parte, stereotipi del Paese di provenienza dell’autore? Penso al successo che ha avuto la serie tv “Gomorra” e il libro ancora prima.

I lettori americani sono piuttosto convinti che la letteratura debba essere, prima di tutto, intrattenimento. Il pubblico americano — cito parzialmente Michael Reynlods — non ama dover approfondire, dover imparare per comprendere quello che sta leggendo. Aggrapparsi agli stereotipi, alle immagini lampanti, all’immaginario del Paese che conoscono, serve anche ad aggirare questo problema.

E il tuo saggio che così bene analizza gli aspetti concreti del mestiere e dell’arte più in generale, non dovrebbe avere un destino certo nella traduzione in inglese? Hai tentato la pubblicazione negli Stati Uniti prima che in Italia?

Non ho tentato e non ci ho nemmeno pensato. Ho lavorato con i miei editori (ai quali ho voluto bene, da ancora prima che diventassero i miei editori) durante tutto il processo del libro e ho scritto il libro pensando che i miei lettori fossero lettori italiani, gli stessi che ho sempre avuto di fronte scrivendo sui giornali. Non so se il mio libro potrebbe essere di qualche interesse per un pubblico (certamente ridotto) americano o anglofono. Se lo sarà, ben venga.

Qual è stato il percorso che ti ha avvicinato a New York e agli Stati Uniti più in generale?

Facile: l’ossessione. Ho sempre voluto vivere a New York e mi sono occupato di cultura americana prima ancora che diventasse il mio mestiere. Appena ne ho avuto occasione sono salito su un aereo e sono partito. Sono cresciuto con questa letteratura e questo tipo di immaginario, la cosa più naturale per me è stata trasformarla in un mestiere.

Tre autori americani contemporanei da leggere assolutamente?

Nickolas Butler, Lorrie Moore e Atticus Lish.

di Francesca Scialanga

 

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