Home / Musica / Irene Fornaciari rappresenterà l’Italia al Festival di Viňa Mar: a un anno dall’uscita di “Questo tempo”, la figlia di Zucchero racconta la sua crescita e i suoi sogni “internazionali”

Irene Fornaciari rappresenterà l’Italia al Festival di Viňa Mar: a un anno dall’uscita di “Questo tempo”, la figlia di Zucchero racconta la sua crescita e i suoi sogni “internazionali”

 

©ANGELO TRANI

Sebbene la sua popolarità abbia vissuto momenti alterni, Irene Fornaciari ha dalla propria parte un cognome che non lascia dubbi: figlia del cantautore che conosciamo in Italia come Zucchero, famoso all’estero col nome di Sugar, la bravissima cantante si fa strada da tempo e a modo suo nel mondo della musica, e nel 2016, dopo 4 anni di assenza dalle scene, si è fatta notare al Festival di Sanremo col brano “Blu”. Il singolo, pezzo impegnato e forte che parla di immigrazione, ha preceduto il lancio dell’album “Questo tempo”: un lavoro molto riflessivo, sentito, dalle atmosfere spesso malinconiche e sognanti ma capace di modernità, come in “Draghi nel cielo”; di volare, come in “Il paradiso è perduto” col suo retrogusto blues/gospel; di ironizzare sulla quotidianità come in “Dalla finestra di casa mia” e ancora, di ammiccare maliziosamente come ne “Il giorno perfetto”.

«È passato un anno dalla pubblicazione di questo disco e devo dire che la promozione è andata benissimo: mi ha permesso di andare in giro nelle piazze d’Italia e farmi conoscere attraverso i live in una veste diversa rispetto a quattro anni prima. Il rischio, quando ti fermi per un lungo periodo di tempo, è sempre quello di “finire nel dimenticatoio” ma per fortuna questo lavoro è stato accolto molto bene».

La voce di Irene nell’album, seppur a tratti rimane grintosa e altrove rivela grande dolcezza, in generale si mostra matura, profonda e più intensa rispetto al passato: «ho sperimentato una nuova vocalità, mi sono scoperta più riflessiva e, in questo senso mi ha aiutato molto anche il lavoro degli anni precedenti con la formazione in trio, che rispetto alla band ti dà la possibilità di valorizzare la voce».

©ANGELO TRANI

A dominare gran parte delle composizioni è il tema dell’amore, visto nelle sue varie sfaccettature «in effetti ad ispirarmi non è stato tanto l’amore in senso sentimentale o di coppia: la vita, probabilmente, mi ha portato più spesso a meditare sui tanti aspetti dell’esistenza ed essendo agnostica, anche sulla spiritualità e sui sentimenti umani in senso più ampio».

C’è un brano in particolare che ti rappresenta maggiormente, al quale ti senti più legata?

«In realtà sono tutti brani che parlano un po’ di me, anche quelli che non ho scritto io: gli autori che hanno collaborato alla realizzazione dell’album – Saverio Grandi, Emiliano Cecere, Diego Calvetti, Federica Abbate, Niccolò Agliardi, Andrea Amati, Luca Chiaravalli, Marco Ciappelli, Beppe Dati, Francesco Sighieri – mi conoscono perfettamente e io difficilmente riuscirei a cantare una canzone che non sento. Se dovessi scegliere un brano in particolare, però, direi “Un amuleto”: essendo ispirato alla scomparsa di mio zio è stato sicuramente quello più sofferto, ma sto riscontrando che ognuno lo sente e lo interpreta in modo diverso… anche questo è il bello della musica».

La tua esperienza con il Festival di Sanremo è cominciata nel 2009: come ti vedi, ripercorrendo le varie partecipazioni a questo evento importante, a distanza di tanti anni? In che modo pensi di essere cresciuta, cambiata?

«Una cosa fondamentale che ho imparato è che invece di aggiungere, bisogna togliere: agli inizi si tende sempre a strafare, rischiando di perdere l’emozione, che è la cosa più importante. Quando compongo, tra l’altro, ora dedico molta più attenzione ai testi mentre in precedenza ricercavo le sonorità particolari, gli arrangiamenti, le melodie accattivanti».

A Febbraio sarai in Cile per rappresentare l’Italia al Festival di Viňa Mar col tuo singolo “Questo tempo” e sarà un’occasione anche per farti conoscere attraverso la televisione, in tutto il Sud America…

«Sono felicissima perché da tanti anni avevo in testa il pallino di portare la mia musica fuori dall’Italia. I miei due amici Michele Cortese e Franco Simone hanno partecipato e me ne avevano parlato sempre con entusiasmo: l’Anfiteatro di Quinta Vergara accoglie 45mila spettatori, quindi immagino sia una botta emotiva notevole: ho un po’ di ansia!»

©ANGELO TRANI

Per la tua esperienza, come viene accolta la musica italiana all’estero? All’inizio della tua carriera, tra l’altro, hai avuto modo di calcare palchi internazionali a fianco di tuo padre: cosa ti ha colpito del modo di ascoltare la musica negli altri Paesi?

«Posso dire che in Sud America gli italiani, musicalmente, sono considerati tanto. La mia esperienza all’estero, in realtà, è ancora limitata a delle aperture di concerti, comunque ne ho conservato sempre un’impressione super positiva: la gente, per certi versi, mi sembra meno prevenuta all’estero e soprattutto, c’è la curiosità di ascoltare i brani in lingua originale e non nella versione adattata alla loro lingua».

Una tua collaborazione internazionale è stata quella con il produttore di “Messin’ with my head” Jan Van Der Toorn. Come è stata questa esperienza? Ti piacerebbe tornare a cantare in inglese?

«Io ho un amore grandissimo per la musica soul R&B quindi è stata di sicuro un’esperienza che non vedevo l’ora di fare e che vorrei ripetere».

 

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