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In Usa alla scoperta dell’Oro: la storia di Roberta Brondolo

E’ nata in Uganda, ha vissuto in Italia, Egitto e Cina, frequentato l’American college del Cairo e dal 2000 vive a Dover nel New Hampshire dove lavora alla Smuttynose Brewing Company nel settore export. Roberta Brondolo, afro-italo-americana, ha scoperto negli States la sua passione per la birra artigianale, prodotto di punta del mercato americano.

Come ha preso corpo il suo desiderio di trasferirsi negli Usa?

“Essendo nata e cresciuta all’estero frequentando scuole Inglesi / Americane ho sempre pensato che prima o poi sarei venuta a vivere in America o sarei rimasta all’estero. Su insistenza dei miei genitori sono ‘rientrata’ in Italia e mi sono iscritta all’università. Da lì a poco mi sono resa conto che la vita frenetica di una grande citta come Torino non faceva per me. In aggiunta ho avuto grandi difficolta ad inserirmi socialmente. Di conseguenza sapevo che in un modo o un altro sarei scappata dall’Italia”.

Racconta dell’inizio dell’avventura negli Usa.

“Dopo avere ottenuto la più che meritata laurea all’Università degli Studi di Torino ho deciso di buttarmi subito in un master. In fondo, una laurea in Scienze Politiche / Relazioni Internazionali non ha molte applicazioni pratiche a meno che uno non abbia interesse ad entrare in politica. Così ho cominciato la mia ricerca sui college in America che offrivano un Master con concentrazione in business internazionale.  A forza di cercare, ho trovato nel New Hampshire un piccolo college privato che si specializzava in esattamente quello che cercavo ed è iniziata la mia avventura Americana”.

Quali difficoltà hai incontrato a livello sia personale che organizzativo e burocratico?

“Non molte. Gli americani sono molto organizzati ed anche abituati a ricevere studenti stranieri. Non è un segreto che nei college questo sia un vero e proprio business: chi non ha una borsa di studio paga quasi tre volte la retta rispetto agli americani. A livello personale il mio inserimento, grazie al fatto che provenivo comunque da scuole di lingua madre inglese, è stato semplicissimo. La difficoltà con la burocrazia è venuta a galla nel momento in cui ho voluto rimanere in America a lavorare: le leggi sull’immigrazione sono molto restrittive e protettive neri confronti della forza lavoro locale. In più si aggiunge un costo di migliaia di dollari per ottenere un visto seguito da tantissimi controlli”.

Parlaci del tuo lavoro. Com’è il mercato americano nel settore brewery?

“Amo molto il mio lavoro, e adoro birra artigianale. Mi occupo del settore delle vendite alle catene di supermercati negli stati in cui abbiamo distribuzione. In più, da tre anni ho avuto l’opportunità di creare e coltivare il settore di esportazione. Questo vuole dire che la nostra birra si trova anche in Italia! Coloro che amano la birra artigianale sono sicuramente al corrente del boom che sta avendo il settore. Quando ho iniziato una decina di anni fa, c’erano solo mille birrifici in tutta l’America. Ora si parla di oltre 4mila e sembra che il treno non abbia intenzione di fermarsi. Questo comporta molti problemi per birrifici della nostra portata, che esistono da parecchi anni sul territorio: il cliente è sempre alla ricerca di novità”.

Quali sono le birre dell’azienda in cui lavori più apprezzate dagli americani?

“Gli americani amano molto le birre IPA. Sono birre asciutte con un retrogusto lievemente amaro e pungente. La IPA nelle sue varie faccettature e gusti è circa il 50% del nostro fatturato”.

Che differenze noti rispetto alla birra prodotta in Italia, sia in termini di qualità che in termini di marketing e consumo?  

“Ho notato che in Italia ha preso piede il culto della birra artigianale, in particolare nel nord. Ovviamente quella più conosciuta ed esportata è Birrificio Baladin. Qui si trova anche nei supermercati ed è sicuramente bello vedere che è importata anche qui. Nonostante ciò trovo che il prodotto artigianale italiano sia molto ‘cauto’ rispetto a quella statunitense. In Usa si sperimenta molto sui sapori con spezie, frutti e lieviti che vivacizzano l’aroma. Noi italiani siamo una nazione conosciuta per la qualità, il buon gusto e il cibo prelibato. Penso che non ci metteranno molto i birrifici italiani a decidersi a “rischiare”: dopo tutto a noi il vino piace vivo, forte e corposo e la birra non sarà di meno! Rimane l’ostacolo dell’età: in Usa chi consuma birra artigianale è generalmente di un ceto medio-alto, in Italia il marketing è più orientato ad un pubblico giovane, che ha anche più voglia di sperimentare nuovi prodotti. La birreria artigianale qui è diventata un’’esperienza’ per il consumatore, che lo frequenta per un pranzo al volo o per creare situazioni di convivialità nei weekend o la sera. Gli americani, come sempre all’avanguardia del marketing, hanno anche coniato una nuova mania…la Beercation – cioè vacanza basata sulla visita e degustazione di birre nelle aziende produttrici, proprio come i wine tours nelle Langhe”.

Progetti di lungo e medio termine?

“In questo momento il lavoro è tanto e le ore sono poche. Mi piacerebbe un giorno poter lavorare per me stessa. Magari offrire al mondo una sorta di scambio culturale – birra in cambio delle specialità e leccornie globali. Una sorta di Eataly sposata ad classica bottega di paese. Gli americani sicuramente producono delle ottime birre ma hanno ancora moltissimo da imparare. Poi perché no…avere anche il tempo di fare una Beercation!”.

Ed il rapporto con l’Italia come è rimasto? Ogni quanto spesso ritorni, dove e perchè?
“Devo ammettere che non ho dei buoni ricordi degli anni vissuti in Italia. Ci torno volentieri da turista e mi manca moltissimo… il vero gelato! Il fato ha però voluto che sposassi un napoletano e quindi rientriamo una volta l’anno per radunarci una settimana in Piemonte con la mia famiglia (che anche essa vive all’estero) seguita da una settimana al mare in Puglia con i suoi genitori”.

di Manuela Caracciolo

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