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Il disattento e ingrato mestiere dell’attore

Cari amici lettori,

per questo primo editoriale 2016, ho il piacere e l’onore di lasciare la parola al grande attore Massimo Wertmuller, che ringrazio di cuore per aver condiviso questa profonda quanto mai vera riflessione sul coraggioso mestiere dell’attore. Ancor di più lo ringrazio per avermi consentito di pubblicare qui questo suo pensiero, che condivido e che vi invito a leggere con molta attenzione.

Grazie,

Alessandro Parrello

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L'attoreAmici, colleghi attori, io vi prego, non fidatevi di questo nostro mestiere. In questi giorni si sono tolti la vita, come fosse un passaggio naturale dell’esistenza e non una orrenda ingiustizia, due attori di sicura capacità, due “facce” belle, intelligenti e interessanti, per dirla come la direbbe un regista, e comunque due persone perbene. Io non posso sapere quanto il nostro lavoro c’entri in questa loro disperata scelta. Temo, sospetto, che c’entri molto. Come è entrato non solo in altri suicidi ma certamente in moltissime depressioni. Perché il lavoro dell’attore è l’unico mestiere che impone di reinventarsi, di riproporsi ad un ambiente che si sveglia e che considera, o che addirittura stima, quasi solo quando si cavalca l’onda- se e quando c’è- di un momento professionalmente felice. Molto più spesso, invece, questo lavoro è disattento, ingrato. Un attore può avere facilmente la sensazione di non aver raggiunto alcuna tappa, alcuna stazione nel tragitto della sua carriera. E fiscalmente l’attore viene pure considerato “libera professione”, quando invece è sempre sotto il giudizio e la scelta di qualcuno. E tale faccenda peggiora, ovviamente, con l’età. Tutto questo non accade, per esempio, ad un ferramenta, ad un edicolante, ad un ingegnere o ad un dottore che raggiungono comunque una clientela o una promozione sul lavoro, che poi in seguito non gli toccherà nessuno. L’attore, invece, è sempre in discussione, sempre precario. Ora, è vero che nel paese dove è rarissimo il merito, anche la fortuna, insieme alla furbizia, al sapersi muovere, alle conoscenze, può avere la sua parte importante nella riuscita professionale. Per cui si può anche pensare che, come esiste la bassa marea, così è possibile che torni anche l’alta. Quindi tenete vivo senz’altro tutto il vostro antico amore, quello che vi fece scegliere questo mestiere, pronto a riaccendersi, giustamente, ogni volta che si recita. Però, cari amici, fragili, poetici, sensibili, amati colleghi attori, oltre alla vostra passione, vi prego, non regalate a questo mestiere anche la vostra anima. Per realizzare voi stessi, per arrivare ad una qualche vostra intima serenità guardate altrove. Guardate agli affetti, all’amore, all’amicizia, ad un bel tramonto. Alla partecipazione civile, per esempio. Non dico alla famiglia (quella d’origine, intendo), perché spesso, non per tutti certo, è una fonte di dolore, è il posto dove vieni capito meno, dove regna l’aspettativa e il giudizio più ottuso ed egoistico, invece che un nido comunque sempre accogliente e protettivo. Accontentatevi, insomma, di quello che vi circonda, pensando leggero e positivo nel modo che potete. Distogliendo lo sguardo da questo lavoro, quando e se vi fa soffrire ingiustamente, perchè non merita la vostra pena. Fatelo se potete. Se invece è soprattutto un problema di sopravvivenza, allora, ancora di più, secondo me, va considerata l’idea di mettersi a tavolino e studiare un’alternativa. La vita, per fortuna è ancora un’opportunità, è ancora”destino”, e può succedere tutto. E lasciate, in questo caso, la porta aperta a questo lavoro nostro, quando arriva, più in quanto “pagnotta”, che non purtroppo in quanto passione ed estasi artistica. Scusate se vi ho disturbato e se vi sono sembrato un po’troppo Socrate, ma la mia intenzione era di condividere con voi un pensiero a cui io sono arrivato e che mi è stato utile. Ma soprattutto perché non so accettare il dolore di quelle morti.

Massimo Wertmuller

 

 

 

 

 

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