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“House of Cards”: su Netflix America parte la quarta stagione della formidabile serie TV

house-of-cardsIl TV Show è il racconto machiavellico di una subdola coppia che farebbe invidia ai Borgia, all’interno della casa bianca. Frank e Claire Underwood, due personaggi sviluppati e scritti perfettamente – due antieroi per eccellenza: facciamo il tifo per loro, ci affezioniamo a loro, ma loro altro non sono che due grandissimi figli di p*****.

In Italia deve scomparire una generazione cinematografica e televisiva, per lasciare spazio alle giovani menti in grado di concepire questo tipo di personaggi applicati alla televisione. Fino a quel momento, ci rimane Don Matteo e serie TV per target audience composti da nonne, bisnonne e trisavole – eccezion fatta per un paio di sporadiche produzioni nostrane targate Sky.

A differenza delle altre stagioni, questa è un mix di eventi, un turbine di situazioni ognuna scollegata, dove non si segue un filo logico e i vari eventi non sono uniti l’uno con l’altro, come ad esempio nella prima o nella seconda stagione. In principio Frank e Claire erano raccontati ad un livello umano, se così si può definire, ovvero situazioni politiche e strategiche viste da un’ angolazione più “bassa” e originale. Quest’ultima stagione è un po’ troppo condita dalla fantapolitica, portando nel piatto Russia, terrorismo e una rivalità tra Frank e Claire che poi andrà a sfociare nel concetto dell’oltre: oltre il matrimonio, oltre il rapporto personale, oltre il lavoro, oltre gli obiettivi. Hilary e Bill Clinton, in pratica.

La risoluzione dei problemi arriva davanti ad una sigaretta fumata la sera sulla finestra di casa, ad esempio. Forse, dire che Frank è diventato un personaggio meno interessante da quando è diventato presidente non è del tutto sbagliato. C’è l’ICO, una sorta di ISIS, ci sono intrighi e strategie internazionali, il tutto mentre le primarie e le elezioni americane stanno per avvenire, sia nella serie sia nella realtà. Dal momento in cui Frank sconfigge la sua rivale alle primarie – Dunbar –  alle poche settimane prima delle elezioni, è un attimo, forse troppo poco.

Frank poi deve combattere un giovane, intelligente, energetico repubblicano – praticamente la versione moderna e più vigorosa di Frank – il candidato Conway che segue esattamente le strategie del suo rivale. La figura di Claire diventa decisamente più forte durante questa stagione, assumendo un ruolo centrale quasi pari a quello di Frank, che comunque rimane sul podio come protagonista anche se per pochi punti.

Anche l’evoluzione di Doug – il soldato impassibile Doug – è interessante seppur forse prevedibile.  Ecco, questo è un problema che ho riscontrato nella quarta stagione: la prevedibilità, il che è normale quando si trattano argomenti enormi e quasi fantastici. È facile prevederli, mentre – quando parli di uomini più che di guerre internazionali e situazioni fantastiche – la prevedibilità rimane una variabile oscura.

Questa è l’ultima stagione in cui Beau Willimon, creatore della serie, parteciperà alla scrittura e alla produzione della stessa, e forse è proprio il motivo per il quale questa stagione sembra un’accozzaglia di fatti, un’insalata mista dove c’è tutto, talvolta troppo.

Ad ogni modo, il pensiero che ti scorre nella testa quando finisci di guardare l’ultimo episodio non può che essere apocalisse, l’inizio della fine, altrimenti cos’altro? È interessante vedere il rapporto che Claire ha con uno scrittore, Tom Yates, quello che accettò di scrivere il libro sugli Underwoods. Questo ci aiuta a capire meglio Claire: aldilà di Frank, i suoi amori sono stati due artisti, un fotografo e poi uno scrittore.

La scelta del terrorismo? Già vista e rivista, sia nel mondo reale che a Hollywood, e la cosa che caratterizzava House of Cards non erano le bombe e i missili, ma le parole e le strategie interne.

Insomma, in generale la quarta stagione è sicuramente entertaining, valida e crea dipendenza, poiché non puoi farne proprio a meno. È molto meglio della terza stagione, ma non ha niente, niente a che vedere con le prime due, le quali rappresentano qualcosa di forse inimitabile.

  

di Gabriele Scarfone

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