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Gianni De Blasi: ecco come nasce un videoclip musicale

Gianni De Blasi, classe ’79, originario di Lecce, migrato prima a Bologna, poi a Parigi e a Roma, si è avvicinato al settore del cinema durante gli studi al DAMS, girando i primi cortometraggi. Nella Capitale ha lavorato in produzione e come assistente alla regia per il cinema, collaborando con Winspeare, Miniero e Genovese, Pippo Mezzapesa ed altri; poi si è fatto strada nella pubblicità, ha frequentato il Centro Sperimentale di Cinematografia di Milano e con lo spot Lila Western ha vinto il primo premio Hivideo Spot Award di Milano. Sono suoi il Fakestage de Il Genio ed il Backstage di Mine Vaganti di Ferzan Ozpetek.

A 28 anni torna a Lecce con l’idea di portare l’audiovisivo d’arte ad uso commerciale in “casa” e abituare le aziende, le case discografiche, gli artisti a sfruttare questa possibilità, ma continua la sua attività di produzione in giro per l’Italia e all’estero. Attraverso il videoclip musicale sembra proprio che Gianni riesca ad esprimere al meglio le sue qualità – d’altronde aveva manifestato la passione per la musica già a 17 anni, quando suonava come chitarrista in un complesso Heavy Metal Avant-garde –  e nel 2012 il videoclip di Bandadriatica “Arriva la banda”

 è finalista al PIVI ed al PVI. Se molto del suo lavoro si concentra sulle band pugliesi, però, realizza anche video per big come Al Bano, Mondo Marcio, Paolo Conte, Caparezza e nel 2015 fonda insieme ad altri sette professionisti, la Passo Uno Produzioni.

I video musicali di De Blasi vantano una cifra stilistica molto riconoscibile, una qualità non comune nel settore.

Quanto ci tieni a “farti riconoscere” nei tuoi lavori e quanto combini questa necessità con le esigenze degli artisti che dirigi? Lavorare per un artista a volte può persino facilitare il compito del regista. Se ci pensi, in fondo, l’arte su commissione è sempre esistita e ha dato modo a geni come Michelangelo di esprimere il proprio talento, farsi conoscere e creare dei capolavori. Nella regia si tratta di fare un lavoro artistico su un altro prodotto artistico: è una combinazione molto particolare e stimolante. Quando un’opera fatta di suono e testo si deve trasporre in immagine e il talento e la creatività di chi realizza un video si incontrano con quelli di un musicista, questo permette in qualche modo ad entrambe le parti di “rimanere” nei binari: l’arte, a mio avviso, ha bisogno di essere incanalata per esprimersi. Così, se a volte la committenza può darti dei limiti, un “contenitore” all’interno del quale esprimersi, io trovo che risulti utile… soprattutto quando la committenza è colta, preparata ed intelligente.

Come “nasce” un video musicale? Da dove si parte? Dalla musica, dal testo, da un’idea completamente a sé stante… Dipende soprattutto da quanto tempo c’è a disposizione. Nella maggior parte dei casi le case discografiche si fanno sentire a 15 giorni dalla scadenza per presentare il lavoro finito; nel caso di Mondo Marcio ad esempio, il video mi è stato commissionato appena una settimana prima! Quando ho tempo sufficiente, io preferisco dedicarmi maggiormente all’ascolto del brano e mi procuro i testi per leggerli con attenzione: da questo studio traggo delle chiavi, dei momenti sui quali lavorare alla storia che poi svilupperò nel video. Devo trovare un momento di fusione tra il mio immaginario e quello del musicista. Solo allora mi dedico alla produzione dello script ma in genere a quel punto è già tutto nella mia testa, sono pronto e non ci torno più sopra: impiego pochissimo tempo a buttarlo giù. I due video di Bandadriatica, ad esempio, li ho scritti in 20 minuti perché il brano mi ha subito suggerito la strada.

Dove hai lavorato all’estero? Quali impressioni hai avuto, quali le differenze più evidenti con il lavoro in Italia? Innanzi tutto ho scelto alcune città straniere, come Budapest, quali ambientazioni per dei video di musicisti italiani perché le trovavo più adatte al brano. Ho studiato regia anche a Parigi e poi ho lavorato come aiuto regista a soggetti non musicali con un argentino e un americano. In generale la mia impressione è che non conta tanto la nazionalità di appartenenza quanto la personalità del regista. Io sono molto preciso ed organizzato e arrivo sul set già preparato: credo che solo questo sia il metodo corretto per lavorare bene. Nella maggior parte dei casi ho trovato anche all’estero lo stesso atteggiamento e in questo modo dimentichi le differenze culturali e la provenienza: alla regia siamo tutti un po’ uguali.

Raccontaci di un’esperienza alla direzione di un video musicale che ti è rimasta particolarmente impressa.

Premetto che “l’incontro” per antonomasia nel mio percorso è stato quello con Emir Kusturica avvenuto in occasione della realizzazione del documentario Altamente: grazie a lui ho capito cosa vuol dire “regia”. In ambito musicale, paradossalmente, anche se ho avuto l’opportunità di lavorare con dei big – e sono molto fiero di aver realizzato il video di “Maracas” di Paolo Conte – resto particolarmente legato agli artisti locali: il video di “Lu ccumpagnamentu” di Mino De Santis mi ha dato molta soddisfazione, considerato che il brano durava 8 minuti e mezzo e rappresentava per me una bella sfida, quasi un cortometraggio.

Qual è la differenza fondamentale tra il lavoro di regia cinematografica e musicale? Per me il cinema è un ingrediente: si mette nella musica, negli spot, nei lungometraggi… mentre il musicista crea per un film la colonna sonora, il regista crea per un brano musicale o per una sceneggiatura delle “colonne visive”: questo è il mio punto di partenza per lavorare.

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