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Edoardo De Angelis: Bisogna fare film al servizio dell’essere umano e non di una forma estetica

Reduce dall’ultimo successo con il bellissimo film “Indivisibili“, incontriamo Edoardo De Angelis, Napoletano classe 1978, in trasferta qui a New York in occasione del festival Open Roads, dove ci racconta la sua visione del cinema italiano e il momento di svolta della sua carriera. Quattro film realizzati come regista, a cui se ne aggiunge uno solo come sceneggiatore (L’Ora legale) e tanti i premi vinti. Il suo prossimo film sarà una storia di riconciliazione e non di separazione.

Dal film “Indivisibili” sembra venir fuori che per essere libero – libero da cose come la tua famiglia, la tua cultura, il suo senso di colpa, la religione – devi prima farti del male, tematica simile al concetto cristiano del morire per poter rinascere. Potresti parlarmene?

Si è la tematica centrale del film. Le due gemelle vengono usate come immagine emblematica per raccontare questo. A volte la separazione più dolorosa è proprio quella da una parte di se stessi. È una questione sempre reperibile negli esseri umani, riguarda un po’ tutti noi. 

Nel film si evince anche una forte componente religiosa. Che impatto ha avuto la religione nella tua vita?

Io sono cresciuto in un contesto religioso. Nel sud d’Italia, il contesto religioso è molto presente ma anche in maniera molto laica, molto venata di paganesimo, di superstizione. Però oggi la religione è il tema del mondo contemporaneo. È un fenomeno che attecchisce in quello che è il vizio che riguarda tutti gli uomini e che nessuno riesce a liberarsene totalmente, ed è il vizio della speranza. La stessa speranza che porta l’uomo a formulare oggi delle domande che non trovano risposta nella famiglia, negli amici, nelle organizzazioni sociali, nella struttura politica nell’establishment. Sono risposte quindi che si cercano in chi le afferma con decisione, con violenza, con intento di devastazione. Quindi non si può parlare del mondo contemporaneo se non si parla di religione. 

In Italia, o più generalmente in Europa, l’industria cinematografica è molto registocentrica. Esempio: in America, il credito “Written by” è sempre prima di “Directed by” se si tratta di titoli di testa, o dopo se si tratta di titoli di coda. In Italia è inserito molto più tardi, come a volergli togliere l’importanza. Ti chiedo quindi cosa ne pensi a riguardo e com’è stato il rapporto lavorativo con il soggettista e co-sceneggiatore del film, Nicola Guaglianone. 

Non è che sia registocentrica, è una questione legata proprio al modo in cui si muove l’industria cinematografica in Italia, anche se da noi più che industria è alto artigianato. Non è tanto legata al ruolo del regista, ma piuttosto al fatto che molte volte il regista è anche autore. Quindi la sceneggiatura e lo sceneggiatore è un altro ruolo del film al pari di altri ruoli che aggiungono elementi alla dimensione autoriale del film. Gli sceneggiatori scrivono degli oggetti che, come diceva Pasolini, sono destinati ad eclissarsi, a diventare altro. Molto spesso quindi gli sceneggiatori non ritrovano che poche parole di quello che hanno scritto nel film, ma questa non è un tradimento della dimensione autoriale dello sceneggiatore. Rientra tutto nella natura delle cose, di come si sviluppa un film d’autore. A volte mi fa sorridere chi pretende di importare dall’America le stesse regole in Europa, non ha senso. In America c’è un produttore che decide di produrre un progetto, chiama uno sceneggiatore, poi chiama uno scenografo, e poi alla fine chiama un regista che metterà in scena quella scrittura. È un modo di lavorare sicuramente interessante, però non è il nostro. O almeno non è il nostro se parliamo di cinema d’autore. 

Secondo te oggigiorno in Italia il cinema d’autore costituisce un pro o un contro per un’idea di cinema italiano vista come industria?

 È un pro se l’autore è buono, un contro se l’autore non è buono. Noi abbiamo molto da imparare dal cinema americano, così come il cinema americano ha molto da imparare da noi. E questa è una verità. Ma poi ce ne un’altra: chi fa spettacolo, non dovrebbe alimentare il desiderio frustrante di fare poesia, così come i poeti non dovrebbero alimentare il desiderio dentro di fare spettacolo. Detto questo, gli uni hanno molto da imparare dagli altri, rispettando però la propria natura che però non andrebbe mai forzata. Quindi io in Italia non vorrei vedere meno cinema d’autore perché negli ultimi anni un certo tipo di cinema d’autore ha minato l’industria italiana. Vorrei piuttosto vedere cinema d’autore fatto bene. 

Esiste un punto d’incontro tra uno storytelling tipicamente americano e un cinema d’autore italiano o europeo?

Guarda io per il mio prossimo film sto lavorando con un editor americana. La mia scommessa è quella di far viaggiare il cinema d’autore su binari ben collaudati. Questa cosa qui gli americani ce la possono insegnare, per cui è interessante il lavoro che sto svolgendo in questi mesi perché il film a cui sto lavorando è un film che spaventa molto, sia i miei produttori che i miei distributori, mentre invece paradossalmente spaventa meno gli editor americani. Quindi stiamo cercando di trovare questo punto d’incontro perché secondo me è non solo possibile ma auspicabile. 

Ci puoi dare qualche informazione sul tuo nuovo progetto?

Guarda è tutto ancora in fase di preparazione. Posso dirti che se Indivisibili era una storia di separazione, questa sarà una storia che parla di riconciliazione. 

Che cosa ne pensi di questo fervore per far ritornare il cinema di genere in Italia?

Guarda a me del film di genere non me ne frega proprio niente. I generi sono una sorta di tesoro che noi tutti abbiamo a disposizione. È un tesoro che può essere sempre impiegato in ogni film e auspicare il ritorno del genere western o horror è una cosa molto da nerd. Potrebbe essere una grande sfida raccontare una storia utilizzando le tecniche del genere western, però a patto che sia una grande storia capace di emozionare. Per me è quello l’aspetto cruciale. Riuscire a raccontare storie che poi ti porti appresso a lungo, che si muovono dentro di te. Storie che poi il giorno dopo ci ripensi, questo mi sta a cuore. E se poi un giorno mi venisse l’idea che per fare questo avrò bisogno di fare un horror, allora lo farò. Noi dovremmo sempre fare film al servizio dell’essere umano, e non di una forma estetica. L’estetica è la risultante di una ricerca su un linguaggio che però deve avere al centro l’essere umano. 

Che riferimenti cinematografici hai usato per Indivisibili, se li hai usati?

Ne avevo molti, poi sai tutto quello che hai visto ti resta comunque dentro. Qualcosa è sempre presente dentro di te e ne sei consapevole. Indivisibili sicuramente prende dal film Freaks, ho preso da lì anche i nomi delle mie protagoniste, Daisy e Viola sono ispirate a Daisy e Violette Hilton che erano le siamesi del film di Tod Browning. Ma anche la Donna Scimmia di Ferreri, addirittura chiamo un personaggio del film Marco Ferreri, perché secondo me lui – quello vero – era un grandissimo maestro che ha realizzato un film bellissimo a Napoli su un fenomeno da baraccone. Però queste sono suggestioni legate alle emozioni che hanno prodotto in me. Quando vado a realizzare la messa in scena scelgo un segno che sia personale, inedito, che si esprime in una maniera unica. 

Una curiosità: qual è stato un momento di svolta che ha cambiato la tua vita professionale e la tua carriera?

Sicuramente una svolta importante è stata rappresentata dall’incontro con Ficarra e Picone che mi chiamarono in un momento molto difficile della mia carriera, poiché avevo fatto “Mozzarella Stories” e facevo fatica a fare il film successivo. Avevo costituito una società con Pierpaolo Verga che si chiama O’Groove, con la quale stavamo cercando di mettere in piedi “Perez”, sebbene non avevamo neanche i soldi per l’ascensore. Avevo venduto la macchina per pagare la sceneggiatura e quindi era abbastanza dura. Mi chiamano Ficarra e Picone e mi chiedono di scrivere insieme a loro il prossimo film, “Andiamo a quel Paese”. Da quel momento nasce una sorta di collaborazione che crea una forma equilibrata tra il botteghino e la ricerca più estrema. Ho scritto anche il loro ultimo, “L’Ora Legale”, che quest’anno ha avuto il maggior incasso al botteghino, e loro co-producono i miei film che servono a perdere un po’ di soldini (ride, ndr) ma a fare una ricerca importante per portare avanti un discorso fondamentale sull’innovazione del linguaggio cinematografica. Quindi l’incontro con Ficarra e Picone è stato un incontro che  ha cambiato la mia carriera.

Di Gabriele Scarfone e Alessandro Parrello

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