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Annemette è la regina del patchwork che rende l’opera attuale

Attenzione: questo è un articolo ad alto contenuto di colore e creatività. Vi consigliamo di preparare gli occhi perché quelli di Annemette Schlosser Bernardelli sono costumi che non possono lasciare indifferenti e selezionare le immagini da inserire in un articolo ci mette a dir poco in imbarazzo.
La storia di questa straordinaria costumista – ribattezzata non casualmente da un suo amico del Nord-Carolina “The Queen of patchwork” – che lavora da tanti anni a Lecce per opere e operette in particolare con l’associazione Mimus Minuscolo Musiktheater, comincia con gli studi presso l’Accademia delle Belle Arti di Braunschweig (Germania) per poi deviare per qualche tempo su altri percorsi.

Annemette, come è arrivata nell’ambiente del teatro dell’Opera? Ho cominciato a lavorare prima di tutto come cantante lirica ma non ero soddisfatta della mia resa. Il mio insegnante di Milano mi diceva che avrei dovuto concentrarmi su un’impostazione differente, allontanandomi dal canto lirico. Poi un conoscente che lavorava al Teatro di Dortmund mi chiese se volevo fargli da assistente come scenografa e solo in seguito sono passata per le esperienze di attrice, di sceneggiatrice, regista e costumista! Un percorso vario e completo nell’ambito del teatro che mi ha permesso di imparare tante cose.

E come ha appreso il lavoro di creazione di abiti? Non ho mai curato personalmente nel dettaglio il lavoro di pura sartoria, di taglio e cucito ma sempre la fase di “progettazione”, il disegno, la scelta dei tessuti e dei materiali.

Al di là dell’inevitabile condizionamento dato dal “libretto”, dalla storia dell’opera rappresentata, come fa a diversificare le sue creazioni? Naturalmente lavoro spesso rispettando la tradizione. Essendo anche una cantante, però, ho capito che quando un’opera è molto valida non ho la possibilità di sbizzarrirmi tanto, mentre proprio quando è un po’ più monotona musicalmente, diventa davvero importante valorizzare i costumi di scena per mantenere viva l’attenzione del pubblico e in queste occasioni tiro fuori tutto il mio estro: penso a degli abiti più ricchi, colorati, damascati.
Un’operazione interessante ad esempio è stata quella di trasportare attraverso i costumi di scena un’opera del ‘600 al secolo presente: questo aiuta ad evitare che tutto appaia davvero troppo lontano allo spettatore e in questi casi, magari, ho attualizzato gli abiti ispirandomi allo stile degli anni ‘50 o ‘70.

C’è mai il rischio che il pubblico più “tradizionalista” storca il naso? Eh sì, assolutamente sì. Non è solo un problema del pubblico. Di recente mi hanno offerto una Madama Butterly e io avrei voluto portarla ai nostri giorni ma la produzione non era d’accordo, perciò ho rifiutato. Secondo me non ha senso restare sempre inchiodati all’impostazione originale e a volte si finisce per apparire quasi ridicoli.

Nel campo della prosa ha collaborato per cinque anni con la Compagnia Theatrum di Galatina. Sì ho diretto spettacoli come “Arlecchino servitore di due padroni” di Goldoni, “Una domanda di matrimonio” di Anton Cechov, “L’amore di don Perlimplino con Belisa nel giardino” di F. Garçia Lorca, “La Cantatrice calva” di Eugene Ionesco. Non ho mai abbandonato la mia predilezione per il teatro musicato, però e ho messo in scena preferibilmente opere poco conosciute. Una delle mie priorità è di avvicinare il grande pubblico alla musica classica in maniera leggera e, tramite la scelta di operine ed intermezzi divertenti, dalla durata più circoscritta, cerco di aprire una porta al mondo affascinante del canto e della recitazione portati insieme sul palcoscenico.

Qual è il riscontro degli spettatori? La gente oggi si avvicina ancora incuriosita al teatro dell’opera? Il pubblico apprezza moltissimo questo tipo di operazione e non manca di fare commenti e apprezzamenti sui costumi quando sono particolarmente ricercati. Se queste opere vengono rappresentate fuori dai teatri, noto sempre che anche un pubblico di spettatori più semplice, meno abituato al genere, rimane molto entusiasta.

Un sogno che vorrebbe realizzare? Beh se potessi partecipare ad un lavoro in un grande teatro e mettere le mani su un bel po’ di soldi, mi potrei finalmente sbizzarrire al massimo! – ride. Ma in realtà io faccio quello che mi piace e credo che a questo punto soffrirei un po’ a farmi condizionare dalle indicazioni di una grossa produzione. Un progetto che ho sviluppato e al quale tengo molto, invece, è quello che trae spunto dalle veneri di Parabita e si intitola “Veneri cercasi”. Ho fatto un intenso lavoro di ricerca per trattare l’argomento e ci sono molti riferimenti alla mitologia greca ma ho dato un avvio attuale e coinvolgente alla sceneggiatura, che vede protagoniste 9 ragazze aspiranti “veneri” a un’audizione. Vi farò sapere!

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