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Andrea Lo Cicero, il guerriero gentile del rugby Italiano

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Andrea Lo Cicero – ph di Stefano Guindani


Catanese, classe 1976, un metro e ottantacinque per 113 chili di massa, Andrea Lo Cicero esordisce giovanissimo come canottiere, almeno fin quando le sue gambe riuscivano ad entrare con facilità nella canoa, ma è verso i 17 anni che che trova la sua giusta dimensione nel rugby. Con il tempo riesce a far conoscere e amare questo duro sport a tanti giovani e ad insegnar loro i sani e giusti valori e a trovare il coraggio per affrontare le grandi sfide nello sport e nella vita. In campo è un guerriero instancabile a prova di ogni infortunio, fuori un uomo gentile e ambasciatore dell’UNICEF con la passione del giardinaggio. In una bella giornata autunnale oggi ho il piacere di incontralo a Roma per conoscere da vicino questa bandiera del rugby Italiano.

Come hai approcciato al Rugby?

Il rugby è arrivato grazie a mio zio e a un professore di scuola. A 15 anni praticavo pallanuoto, nuoto, lotta greco romana e facevo anche canoa, che era lo sport predominante all’epoca. Poi ho iniziato a fare canoa e rugby insieme e, nel quando non giocavo nel periodo estivo, stavo sempre in canoa. All’inizio facevo olimpica. e quando ho iniziato a mettere pesi sulle gambe, queste diventavano sempre più grosse e il pozzetto della canoa sembrava sempre più piccolo, quindi non ci entravo più! Ricordo che Antonio Rossi e friends hanno iniziato a prendermi in giro per questa cosa e mi sono sentito un pò ridicolo, quindi ho smesso di fare canoa e da li ho iniziato a dedicarmi totalmente al rugby. Partendo da Catania a Parigi e poi in giro per tutto il mondo.

andrea-lo-ciceroIn campo hai subito ogni tipo di infortunio, anche molto serio, ma non sei mai uscito per infortunio. Come trovavi la forza e l’energia di continuare a giocare?

Giocando mi sono reso conto di avere una soglia del dolore molto alta e quindi non riuscivo mai a capire se mi ero rotto seriamente oppure no. Per come sono cresciuto io, quando prendi un impegno sportivo, portare a casa la partita diventa la cosa fondamentale. Dividere tutto con i compagni, anche le brutte ferite, diventa qualcosa di impagabile. Il rugby in questo è maestro perché ti insegna a rispettare il prossimo, i compagni di squadra e a rispettare quello che fai, quindi te stesso. Ti confronti con persone che la pensano come te e che difficilmente sono scorrette nel campo come nella vita.

Ti e’ mai capitata però qualche scorrettezza che ti ha segnato?

Una volta ho preso una ginocchiata sulla schiena, ho bucato un polmone, ho fatto 7 giorni di rianimazione ma ho giocato lo stesso gli 80 minuti. Avevo male ma non pensavo di avere questo grave trauma che ho scoperto poi alla fine della partita. Volevo dimostrare a me stesso e anche al giocatore che fece quella scorrettezza che si, puoi spaccarmi qualcosa, ma io sto sempre in campo fino alla fine.

Quali sono le caratteristiche che deve avere un giovane che vuole approcciare al Rugby, oltre la stazza naturalmente?

Tutti pensano che sia la stazza. il rugby è uno sport che accetta tutti. E’ chiaro che man mano che sale il livello sale anche la prestanza fisica ma quando si è giovani tutti possono giocare. Da ragazzino ero molto grosso e quindi ero in una situazione di bullismo perche’ subivo degli scherni in una maniera spesso fastidiosa essendo fuori della norma per un ragazzino di 15 anni. E la mia forza e’ stata quella di restare a testa alta e non farmi condizionare dalle prese in giro. Allora credo che quella sia la forza che deve avere un giovane. Deve essere sicuro di se stesso e deciso ad andare avanti e, se sei grande fisicamente, è solo un qualcosa in più. Mi piace insegnare ai miei ragazzi a trasformare i problemi in forza al fine di avere le basi per poter affrontare grandi sfide in futuro, sia nello sport che nella vita. Gli insegno i valori e i principi di un sano e corretto gioco di squadra.

Perche’ ti chiamano il barone?

Perché ho delle origini nobiliari che un giornalista tirò fuori ma fanno parte del passato. Non ne parlo mai perché a prescindere dalle origini che si possono avere, e’ sempre il presente che conta e che forma la persona.

Quanto viene seguito il rugby in Italia oggi?

Contrariamente a quanto si pensa, oggi in Italia il rugby e’ molto più seguito rispetto a quando ho iniziato io. Ricordo che mio nonno, quando gli dissi che stavo entrando nel professionismo mi disse: “Ma sei pazzo?”, perche’ all’epoca era uno sport non conosciuto e poco retribuito. Oggi siamo riusciti a dimostrare e a far capire alle persone che questo e’ uno sport di grandi valori, forse ci ha aiutato anche il fatto che il calcio anni fa ha vissuto un momento negativo con calciopoli e il rugby in quel periodo ha preso il sopravvento. Molti giovani lo hanno provato, i genitori hanno capito che e’ uno sport sano e alla fine oggi se ne parla molto. Pensa che anche in ambito lavorativo, chi ha fatto parte di una squadra di rugby ha molte più facilità a trovare lavoro perché viene da una formazione di squadra dove ci sono regole ferree da rispettare.

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Andrea Lo Cicero – ph di Stefano Guindani

Qual e’ stata la tua più grande soddisfazione?

E’ stata quella di aver rappresentato il mio Paese e non aver mai tradito i giovani. Chi ha la fortuna di fare sport ai grandi livelli come me e poi si distacca dalla vita reale fa un grandissimo errore. Noi siamo degli esempi pubblici e se un campione si comporta in maniera poco idonea, i giovani sono i primi a imitare quel comportamento e in questo noi abbiamo una grande responsabilità. Purtroppo il calcio, che è il primo sport, è seguito talvolta da brutti esempi. Parlo di giovani sia perché sono ambasciatore dell’UNICEF, sia perché sono loro il nostro futuro.

Che differenze ci sono con il rugby negli USA?

Il rugby e’ una cosa e il football americano e’ un’altra. Sono due sport differenti. L’unica cosa che ci accomuna e’ il contatto, ma loro hanno le protezione e noi no. Se io mi fossi abituato a giocare con le protezioni, probabilmente sarei andato a giocare tra le auto del raccordo anulare o contro i rinoceronti (ride ndr). Il football americano poi ha un numero di 11 giocatori in campo, mentre noi, 15. Ogni incontro di rugby dura 80 minuti, ma se dal momento dello scadere del tempo i giocatori sono bravi a tenere la palla in campo e il gioco in azione, l’arbitro fa andare avanti anche per 5 o 10 minuti.

Che cosa significa essere ambasciatore dell’UNICEF?

E’ un grande impegno perché ti occupi di bambini. Quello che succede a livello mondiale te lo puoi ritrovare sotto casa con bambini che soffrono. L’Unicef cerca di arginare questi problemi dando assistenza, creando dei progetti e facendoli sviluppare alle stesse popolazioni, trovando i fondi e creando loro delle condizioni lavorative idonee. Ad esempio vengono creati dei pozzi per l’acqua potabile e delle latrine laddove ci sono villaggi che non hanno bagni. Tempo fa sono stato in Eritrea e ho visto quanto lavoro concreto era stato fatto da e per queste popolazioni.

Che cosa è il successo per te?

Per me il successo è semplicemente avere la possibilità di fare un lavoro che amo e poter riuscire a vivere di questo ed essere indipendente. Alla base ci deve essere sempre una soddisfazione personale nella nostra vita. Credo che se qualunque persona non faccia almeno una o due cose che gli piacciono al giorno, anche come hobby, difficilmente potrà sentirsi felice o soddisfatta.

La fuga dei cervelli dall’Italia come la vedi?

Purtroppo vedo la fuga di tutti, non solo dei cervelli. Questo è un Paese poco meritocratico e con i piedi di argilla che si sta disgregando sotto di noi. I giovani e le persone vanno via dall’Italia perché sono stufi di non essere considerati, soprattutto dopo anni di studi e di sacrifici, sia da parte propria che da parte delle famiglie. Odio doverlo dire, perché amo il mio Paese, ma in Italia si rischia di perdere troppo tempo e mi fa rabbia vedere che noi Italiani all’estero siamo eccellenza e abbiamo successo in tanti settori, mentre qui stiamo al palo! Allora perché restare qui se altrove si può trovare benessere e felicità? Forse è il momento di iniziare a tutelare e favorire i nostri giovani talenti sul serio.

 

di Alessandro Parrello

 © Riproduzione riservata

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