A tu per tu con Cinzia Ferri: ecco com’è cambiata l’alta moda sposa

Cinzia Ferri nel suo atelier

«Il concetto di “alta moda” non corrisponde unicamente alla “firma” o al nome noto». A parlare è Cinzia Ferri, una delle stiliste di alta moda da sposa affermate da maggior tempo. Nel suo atelier romano, a poche centinaia di metri dai Musei Vaticani, porta avanti l’attività avviata prima da sua nonna e poi dalla madre.

«Entrando del nostro atelier, raramente sentirà il rumore delle macchine da cucire. Quello che proponiamo noi alle spose è ancora un prodotto di alta sartoria, e molto del lavoro viene fatto a mano; questo è sicuramente uno degli aspetti che maggiormente identifica un prodotto di alta moda». Dopo una breve attesa sul divano dell’ingresso, dove è esposto uno dei pregiati abiti creati dal suo team, Cinzia mi offre un tè e mi accoglie nel salotto dove, in genere, fa provare alle future spose qualche modello per usarlo come punto di partenza per una creazione personalizzata e sempre totalmente nuova. Nella stanza accanto, lo staff dell’atelier taglia e cuce: i tavoli da lavoro sono rivestiti di una tovaglia di gomma a quadri «è un trucco per aiutarsi a lavorare su linee precise», mi spiegano.

Voi utilizzate solo stoffe made in Italy e pizzo francese. Quanto viene apprezzata oggi la ricerca della qualità e quanto, invece, si risente della concorrenza di chi vende abiti preconfezionati?

«So per esperienza diretta che ci sono molte persone ormai che acquistano anche gli abiti da cerimonia made in China che si trovano facilmente in città, e purtroppo devo ammettere che, se si sa scegliere bene, si possono scovare alcuni capi che fanno la loro figura! Naturalmente la qualità delle stoffe e delle cuciture è scadente è c’è il rischio che vadano in pezzi se si prova anche solo ad infilare un ago per una modifica o a stirare una piega; figuriamoci a lavarli. Ovviamente temiamo la concorrenza – del made in China come di chi vende online o dei rivenditori di prêt-à-porter – perché ci rendiamo conto che le ragazze di oggi, avvertendo la precarietà della situazione storica che viviamo, sono diventate più “concrete” e meno disposte ad investire economicamente nella qualità di un abito. Le clienti, però, sono consapevoli delle differenze: se magari un abito può sembrare da sogno quando lo si vede sul catalogo – come ad esempio quelli di Pro Novias – osservandolo di persona risulta evidente anche ad un occhio inesperto che il pregio delle stoffe, dei ricami non è lo stesso di un abito di alta moda. E poi oggi ci sono anche i forum su internet, dove le spose raccontano le loro esperienze in questi negozi e descrivono la “resa” degli abiti acquistati; molto spesso già da questa prima indagine si può capire a cosa si va incontro. Una cosa che posso dire è che le ragazze non devono temere che “creare” un abito sia faticoso e noioso: noi lo rendiamo un percorso gradevole e divertente».

Oggi il mercato della moda è cambiato e si guardano prima di tutto i siti internet, per sfogliare i cataloghi online e crearsi un’immagine del proprio abito ideale. È molto più facile di un tempo acquistare online e trovare anche abiti ideati da stilisti stranieri. Come fa un atelier storico come il suo a stare al passo con questi cambiamenti?

«Il cambiamento non è del tutto negativo: ho scoperto, ad esempio, che ci sono dei siti internet che permettono di creare virtualmente il proprio abito e questo, in qualche modo, può giocare a nostro favore perché rende più consapevole chi deve acquistare un abito di quanto sia importante personalizzarlo. Stare al passo coi tempi è fondamentale. Mia madre, che purtroppo è venuta a mancare da poco, era una donna molto all’avanguardia ed è stata proprio lei, qualche anno fa, a decidere di mettere il nostro atelier online. Siamo stati tra i primi del settore, in Italia, a creare un sito internet e in seguito una pagina Facebook».

Secondo lei esiste una vera “moda” da sposa, che cambia di anno in anno o è una questione totalmente personale, legata al gusto di ogni donna?

«Le mode legate alla stagione ci sono ma secondo me la sposa deve avere un abito di cui possa rimanere un ricordo intatto nel tempo e che quindi non può essere totalmente legato alla moda di un periodo. Per quanto riguarda il colore, poi, il bianco rimane sempre il più gettonato. La società è molto cambiata e oggi lavoriamo per donne che si sposano in età più adulta, magari dopo una lunga convivenza o dopo aver avuto dei figli; capitano più spesso clienti che cerchino un abito per le seconde nozze. Non ha senso, visti questi cambiamenti, pensare che il bianco possa essere inopportuno o inadeguato. E per quel che riguarda i vestiti da cerimonia in generale, non penso che ci si possa far condizionare da un colore che va di moda: si deve prima di tutto pensare a quello che dona alla singola persona».

Lei segue la moda da sposa internazionale? Qual è, secondo lei, una differenza fondamentale tra la moda sposa italiana e quella estera? 

«Ad essere sincera ultimamente in Italia stiamo risentendo molto dell’influenza di alcune abitudini e tendenze provenienti dall’America che non mi piacciono affatto. Un esempio è quello dell’usanza di far vestire le damigelle – delle donne adulte, che vanno a sostituire i bambini in questo ruolo – tutte con lo sesso abito: è impossibile che un unico modello e colore siano adatti a donne di corporatura e colorito differente ed è un’imposizione che trovo sbagliata. Per quanto riguarda le spose, siamo contagiati dalla tendenza a denudarsi sempre di più: non parlo di una scollatura o di una trasparenza ma di abiti che sembrano più da tappeto rosso che da matrimonio. Io seguo la moda estera ma a questo andamento non mi sono mai adeguata».

C’è qualche stilista in particolare nel settore che ammira? Un suo “idolo”?

«Mi piace molto Elie Saab. E poi, nonostante io non abbia mai sentito una particolare simpatia personale per Valentino, quando era lui a vestire le donne, uscivi dalle sue sfilate sognando…».

Oltre a portare avanti l’attività dell’atelier da 30 anni, Cinzia Ferri espone e fa sfilare alcuni dei suoi modelli alle fiere più importanti della Capitale come Roma Sposa o For Wedding. Avete mai provato a vendere fuori dall’Italia?

«Sì, a Seoul c’è già un negozio che porta il nostro nome. Abbiamo pensato di lavorare alla vendita all’estero finché c’era ancora mia madre, ma ora che sono da sola ci siamo fermati da quel punto di vista».

Perché dedicarsi proprio alla moda da sposa, oggi? Cosa consiglierebbe ai giovani che vogliono avventurarsi in questo settore professionale?

«Io a breve avrò un serio problema di ricambio generazionale per quanto riguarda il lavoro di sartoria: i giovani che frequentano le accademie di moda spesso aspirano ad una carriera come figurinisti, stilisti e il ruolo di chi cuce è passato in secondo piano, forse è considerato meno “artistico”. Io mi sentirei di consigliare di investire proprio in questa formazione perché come me, credo che altri atelier avranno necessità di manodopera nel settore».

© Riproduzione riservata

Guarda anche

Al MoMa di New York, esposti 111 capi “iconici” per indagare se la moda sia moderna

Il 1° Ottobre è stata inaugurata al MoMA di New York la mostra intitolata “Items: …