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25 settembre 2016: 40 anni con gli U2 !

u2-mojo-254-770Il 25 Settembre 2016 ricorrono 40 anni dalla formazione degli U2 ed in questi giorni non mancherà occasione di leggere articoli che ripercorrano le tappe fondamentali di una carriera senza pari: in questa stessa data del 1976 i ragazzi che risposero all’annuncio affisso da Larry Mullen nella bacheca della Temple Mount School per formare una band si sono ritrovati per la prima volta a provare insieme nella cucina della casa dove abitava il batterista. Con Paul David Hewson, Adam Clayton e David Howell Evans decisero di chiamarsi i Feedback, poi cambiato in The Hype ed infine, quando Evans divenne The Edge e Paul Hewison fu soprannominato Bono Vox, il complesso si diede il nome con il quale è tutt’ora conosciuto. I “numeri” che riguardano gli U2 sono impressionanti: basti pensare che nella loro carriera hanno venduto più di 170 milioni di dischi e ricevuto il maggior numero di Grammy Award per un gruppo. A ridosso di questa particolare ricorrenza, tra l’altro, uscirà l’album “Songs of Experience”, prosecuzione ideale di “Songs of Innocence”, che vede il ritorno di Steve Lillywhite in veste di produttore della band, mentre a Marzo 2017 partirà il nuovo tour mondiale.

È davvero difficile mettere nero su bianco l’excursus di un operato artistico di tale portata e abbiamo pensato di omaggiare questo anniversario scegliendo di ricordare e analizzare la storia di uno dei lavori più rappresentativi.

u2Il 9 Marzo 1987 gli U2 hanno pubblicato il loro quinto album “The Joshua Tree” con Island Records. Prodotto da Brian Eno e Daniel Lanois, “The Joshua Tree” ha vinto il premio come album dell’anno alla cerimonia dei Grammy Award del 1988; ha debuttato al numero uno nelle classifiche inglesi e altrettanto rapidamente ha raggiunto i vertici delle charts americane. In occasione del ventesimo anniversario dalla pubblicazione, “The Joshua Tree” è stato rimasterizzato in quattro differenti formati. Si legge nell’introduzione all’edizione del ventennale a cura di Bill Flanagan che con questo album la band raggiunse “la cima della montagna” e la sfruttò come luogo da cui poter costruire un trampolino di lancio. “The Joshua Tree” occupa la 26° posizione nella lista dei 500 migliori album secondo la rivista Rolling Stone; gli U2 sono diventati con questo lavoro la quarta rock band a comparire sulla copertina di Time (dopo i Beatles, The Band e The Who). Il disco ha venduto circa 28 milioni di copie in tutto il mondo, oltre 10 milioni soltanto negli Stati Uniti e rappresenta il più grande successo di vendite degli U2.

u2-esordiFin dagli esordi gli U2 si sono impegnati in cause importanti, occupandosi della questione irlandese e del rispetto per i diritti civili, improntando su questi temi anche buona parte della loro attività artistica. «Il primo singolo di “The Unforgettable Fire”, Pride – scrive Bill Flanagan nell’introduzione dell’edizione di “The Joshua Tree” del 2007 – celebrazione eccitante delle idee di Martin Luther King, fornì un piano di base su cui costruire l’idea più consolidata di America espressa in “The Joshua Tree”». Pride, infatti, era ricco di sentimenti internazional-socialisti.

In seguito gli U2 decisero di volgere la loro attenzione verso le radici della musica americana e cominciarono ad esplorare il blues, il country e il gospel; in quel periodo frequentavano le band irlandesi The Waterboys e Hothouse Flowers e intuirono una sorta di musica irlandese indigena mescolata con il folk americano. In questa ricerca delle alle radici del rock influenzata anche dall’amicizia con Bob Dylan, Van Morrison e Keith Richards, Bono dà prova del suo talento di autore di testi e canzoni. Le registrazioni di “The Joshua Tree”, tra l’altro, si svolgono in parte negli studi Sun a Memphis, dove sono stati incisi i primi fondamentali album di rock ‘n’ roll negli anni ‘50.

Bono afferma che “smantellare la mitologia dell’America” rappresenta una parte importante dell’obiettivo artistico di “The Joshua Tree”. Nell’album si contrappongono, così, l’antipatia verso gli Stati Uniti ed il rancore nei confronti della politica estera degli USA e dell’amministrazione Reagan in America Centrale, al fascino profondo che la campagna americana esercita sul gruppo, coi suoi spazi immensi e la libertà che essi rappresentano. La musica e le parole, inoltre, sono disegnate sull’immaginario creato dagli scrittori americani che gli U2 avevano letto. «I primi tre singoli tratti dall’album hanno tutti titoli che suonano come battute che John Wayne avrebbe potuto dire in un film di John Ford, rimandando all’idea di viaggio» scrive ancora Flanagan nella prefazione.

Il titolo e la copertina dell’album fanno riferimento alla Yucca brevifolia, detta appunto albero di Joshua, pianta originaria del sud ovest degli Stati Uniti. Where the Streets Have No Name apre l’album: il brano è stato ispirato dal viaggio in Etiopia che Bono compì assieme alla moglie. Il titolo venne spiegato dallo stesso Bono in un’intervista: «Una storia interessante che mi raccontarono una volta è che a Belfast, a seconda della via dove qualcuno abita si può stabilire, non solo la sua religione ma anche quanti soldi guadagna: addirittura ci si basa sul lato della strada in cui vive, perché più si risale la collina, più le case sono costose. Questo mi disse qualcosa e così cominciai a scrivere di un posto dove le vie non hanno nome.» L’attacco del brano è solo delle tastiere, che creano un’atmosfera per certi versi rarefatta ed irreale, per altri solenne e “religiosa”. La batteria dà un senso di corsa, di “cavalcata” verso una meta e tesse insieme alle sovra-incisioni di chitarre e tastiere una “ragnatela” sonora che si infittisce maggiormente ad ogni strofa. Il tema del refrain intonato dal cantante propone una melodia incantevole che si fissa immediatamente in testa: quando Bono ripete “Where the streets have no name, where the streets have no name…” veniamo trascinati nel suo canto quasi fosse un’invocazione. Non distante dalla precedente, l’atmosfera di I Still Haven’t Found What I’m Looking For. Un arrangiamento particolare conferisce drammaticità al pezzo: si tratta di un blues di sedici battute ed è forse questa progressione a garantire un senso del tempo che si ripete all’infinito. La melodia interpretata da Bono è affiancata ancora dai riff della chitarra elettrica mentre le sovra-incisioni di voci armonizzano quella principale come in un gospel. L’amplificazione del suono dai forti richiami psichedelici e la timbrica graffiante della voce di Bono trascinano l’ascoltatore nel suo mondo, in un’interpretazione lirica. Il testo pare riferirsi all’interrogativo sulla difficoltà da parte del credente di mantenere salda la sua fede in Dio; come in uno spiritual, si chiede la liberazione dal dolore, una soluzione alle problematiche del presente e non sembra un caso che si sia scelto un blues per questo “appello”, nel tentativo di esorcizzare quei “demoni” che si agitano nell’animo del protagonista del brano.

With or Without You, probabilmente la canzone più celebre degli U2, è una ballata dal duplice significato: si parla della fine dolorosa di una storia d’amore ma anche qui c’è una riflessione sulla religione. La voce di Bono in più momenti è modulata su toni bassi e sospirati come in una meditazione interiore, mentre negli acuti – ai quali si affianca un accompagnamento strumentale più ricco, per ottenere un crescendo emozionale – si trasforma in un lamento accorato e potremmo rintracciare le origini più profonde di quel “Ooh ooh ooh ooh…” del coro, nei ring-shout, quelle grida che furono le prime forme espressive degli schiavi, antenate dello spiritual vero e proprio.

bono-america-flag-political-commentFlanagan afferma però che, sebbene i primi tre brani siano diventati delle hit e ne siano stati tratti dei singoli, il cuore dell’album sono Running to Stand Still e Bullet the Blue Sky: «una è un sussurro, l’altra un’esplosione», dice. Bullet the Blue Sky, ispirata dai viaggi in El Salvador e Nicaragua, esprime il risentimento nei confronti della politica estera tenuta dagli USA durante l’amministrazione Reagan in molti stati dell’America Centrale, basata sull’embargo economico e sul finanziamento di gruppi paramilitari per destabilizzare tali paesi attraverso guerre civili. Tutto suona “arrabbiato” ed inquieto in questo pezzo, dalla chitarra elettrica psichedelica e rumorosa, alla voce più ruvida ed agguerrita di Bono che abbandona per metà brano il canto per parlare sulla base musicale. Nella lenta ballata Running to Stand Still invece l’atmosfera si fa più dolce e soave grazie anche all’intervento del piano ed alla malinconica chiusura dell’armonica a bocca e si affronta il delicato tema della droga, narrando della dipendenza quotidiana di una ragazza dall’eroina. Meravigliosi alcuni passaggi del testo: “You gotta cry without weeping, talk without speaking, scream without raising your voice” – “Devi piangere senza lacrimare, dialogare senza parlare, urlare senza alzare la voce”. Anche in questo caso, gli U2 sembrano voler denunciare un fatto importante e dare voce a chi non ce l’ha.

 

di Laura Mancini

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